mercoledì 18 settembre 2013

Lilith


"L'uomo è per natura superiore, la donna inferiore; 
il primo comanda, l'altra ubbidisce, 
nell'uno v'è il coraggio della deliberazione, 
nell'altra quello della subordinazione."

Aristotele, Politica, IV sec. a.e.c.


Dentro ad un cuore aperto non c'è niente. Catrame, piume, l'alba tracciata  da una suola guardiana, ferro ossidato e rosso trasportato come polline dal vento, ignaro, che sfiora le mie labbra ambrate. La prima luce del giorno taglia la nuvola pregna, corposa, di fumo, mentre le scivola dentro slabbrandola con i bordi infuocati dal suo silenzioso confine buio, ritratto infine oltre l'orlo amaro del cemento, incorniciando la grata bassa.

Smalto da tossica sfatta, a forza di grattar via quella patina sabbiosa dalle pareti, erette come le mura di Gerico ed io quasi senza il fiato per respirare in mezzo a questo macello. Le mie vocali un tempo rotondamente morbide, sezionate  dal plesso straziato nella contrazione della carne che ti grida attraverso: liberami! Fermami!

Non è che un bramito sforzato e basso l’ultimo inutile cercare di attirare qualcuno.
La ferrovia crepita e sbatte. C’è sempre un treno che passa.
La pelle viva che cade dallo zigomo è una marea che si ritrae.
Mi ha sbattuto la testa al suolo una volta. Poi un’altra. Mi ha sbattuto la testa al suolo, la testa. Prima di perdere i sensi ho sentito la croccantezza del volto assecondare la pietra d’improvviso bollente che m’entrava in faccia. Poi una stoccata di luce accecante proprio su dal naso, prima di perdere i sensi.  Mi sono risvegliata con il secondo colpo sul pavimento lurido, ma ormai non sentivo più niente, per quanto potesse importare mentre, bloccata a terra, lo sbattere di quei lombi impossibili non faceva che spingere verso di me sapore di sudore, di acqua di colonia e di cherosene.

Il terzo giorno m’infilò il pugno nel culo.

Non fu facile da far entrare, ma poi con un po’ di ketamina andò tutto meglio. Il giorno dopo, quando ripresi conoscenza, avevo il petto fasciato ed una macchia scura ed appicicaticcia all’altezza del seno, complice di un dolore pulsante e sordo. Mi svegliò che la notte era ormai caduta. Per ore, avevo sbattuto contro la porta urlando, chiamando il mio guardiano, implorandolo, cercando di blandirlo, ingiuriandone la stirpe, l’odore, la faccia come una bocca aperta ormai simile a cuoio e cromo, esploso, le nocche delle mani come carboni ardenti avevano lasciato il posto al livore angelico delle ossa, la mia richiesta sempre più flebile, fino a spegnersi…rendimi il capezzolo. Rendimi il capezzolo!

Ma la ferrovia crepita e sbatte. Perché c’è sempre un treno che passa.

I giorni non ci sono più. Catrame dentro ad un cuore aperto. Progressivamente, sempre più violento e distaccato, come un bambino ormai stanco della novità del suo giocattolo nuovo. Piscio e cinghiate. Oggetti in bocca e corde. La ketamina, l’eroina, il valium, il rohypnol e il darkene. Un rasoio, sotto la mammella. I pugni sulle tette, sempre. Ogni giorno pugni sulle tette e calci fra le gambe. Poi si è preso anche l’orecchio, un pezzo. Un trinciapollo nella destra e la mia fronte poggiata su di una coperta a quadri, che puzzava di gatto, tenuta ferma con l’altra mano.

Guarda che unghie, penso. Poi l’odore di fumo si fa più acre. L’unico occhio ancora aperto comincia a lacrimare mentre piano l’ossigeno se ne va, finalmente, dai polmoni brucianti, e tutto di fronte a me sfuma cremisi e s’accende.
Passa un treno. Tu-tum tu-tum delle longarine sotto le ruote d’acciaio. Sfila proprio dietro a queste mura invisibili, fischiando sempre più lontano.

Ed il fuoco non è dolore ma la promessa di una salvezza di cenere.
Sono solo una storia, come tale portata via dal vento, via dall'inferno che un uomo qualunque scelse per me.

Nota. aggiornato a settembre 2013

giovedì 5 settembre 2013

Verme (primo sacrificio)

Le Labyrinthe (1938) -  André Masson 1896-1987 - olio su tela 120 x 61 cm

 "tutta questa Natura divinizzata si pittura proprio come una puttana, le seduzioni della quale altro non coprono che l'intima corruzione; e se andiamo ancora più in là, e riflettiamo che il misterioso cosmetico che produce tutti i colori, il gran principio della luce, rimane in se stesso bianco o incolore, e se agisse sulla materia senza una mediazione darebbe a tutte le cose, anche ai tulipani e alle rose, il tocco vuoto della sua tinta; se pensiamo a tutto ciò, l'universo paralizzato ci si stende innanzi come un lebbroso"
Herman Melville - Moby Dick

Così vengo e imploro.

Mi perderò oltre gli scogli della più bianca follia
mettendo oltre, le mani tese coi palmi in su,
non solo una fiducia che ostenta suicidio
ma l'arroganza di scegliere una morte sorella, disarmandomi
con il tuo nome, rotolando
nel gustoso corpo di fango che i tuoi tanti amanti
spezzati, distrutti, abbattuti,
con le loro lacrime hanno impastato dalla terra
tanto che in flutti frustano salati
le interiora di un male amore
su cui sovrana regni.

Eretta tra la spuma bianco sborra
regina vergina puttana infante,
del mio corpo con una fragilità siderale
calzerò passi e scalderò membra
il sangue e con la carne, colpa corrotta
spingerò ben dentro le costole albine questa lama
affinché la tua sete non sia placata mai.

Che non è l'affetto ne pace o convivio che bramo
non puro non giusto non bello
solo dolore e quotidiana lordura merito, amo
che l'acciaio dritto incida i muscoli
che il sangue nero dalla bocca a fiotti inquini questo mondo inutile
con la pestilenza che covo dentro,
punito, insultato e deriso
malato, respinto e picchiato
più questo sporco male c'ho dentro non posso trattenere
questo soffrire opaco che tanto la gente
normale! - chiede.

Pulite sembianze, voi cellophane
igienizzati bastardi ipocriti e assassini
siete voi il mio più grande orrore.

Amore nero, grande boia cuore silicio,
non esitare ancora.

Dolce fata follia, legami come l'agnello che questi lamentosi insulsi
si tolgono dai denti.

Morte mia sposa decaduta, non essere pietosa
colpisci la mia carne trista, rampona decisa!

Mai mi sarà più dolce andare
finalmente liberato dal fingere,
oltre questo goffo mucchio di nervi
trasformato in niente.

Tornato figlio e sacrificio
tuo, stelle sarò per sempre.

sabato 13 luglio 2013

dei lunghi addii, dell'attesa, delle partenze

Oskar Kokoschka, La sposa del vento, (La Tempesta), 1914, Olio su tela, Basilea, Kunstmuseum


per Bise


Giorni ormai, che la mia zingara
dolce, imprevisto, gioco di strada e letto,
ha ripreso il suo sentiero
nel viaggio imperfetto
che natura le impose.
Aria e sole, amiche compagne,
consolazione che gli occhi riarsi
da questa solitaria moltitudine
non mi fanno godere, ma solo
accecano e scompigliano pagine
di un libro (delle risposte-a-tutto) che ho dovuto strappare.
Gemendo, su di una panchina cresciuta nel cemento
ho dissetato il traffico ignorante
con acqua che non placa niente,
versando lacrime animali
prima del diventare bestia io stesso
frustando i miei musici stupiti.
Adesso ancora
la ragione che riprende il suo solito ruolo di signora,
ancora, in ogni gusto cui partecipo
stupisco cercandoti.
Viaggiatore, apolide io stesso,
comprendo troppo bene le ragioni
tenacemente amo
il ventre inquieto che ti ha tolto a me
fieramente rispetto
la pesantissima incertezza che non ti concede casa.
Ed infantile vecchio aspetto.
Non sulla riva di un fiume come un cinese saggio,
ma sulla mia barca di sughero
che ha un remo solo.
Ed è solo tempo, solo soldi, solo sesso,
solo mille cose leggere come polvere di vetro.
La verità toccata
quell'umida sensazione di dio
è intatta,
unica casa e per sempre approdo
della mia dolce, sposa zingara.

venerdì 5 aprile 2013

del Tonal ed altre uraniche sciocchezze (zecche part. II)


Ho parlato anche troppo di zecche, ed in effetti, non è che non ne provi in parte compassione. Perché lo so e capisco che può essere difficile sopportare la solitudine delle proprie cose non dette, che il senso di colpa è una brutta bestia. Che è difficile venire a patti con le proprie insicurezze non prendendosi il rischio di mettere in gioco il piatto di sincero dolore che ogni rapporto, sia esso amicale o romantico, chiede per poter sublimare oltre una gretta quotidianità solidale.

Volto una pagina, ben volentieri.

La numero 200 di una moleskine nera per la precisione e, mentre scrivo il numero in basso a sinistra, l'immensità d'avorio che queste stesse parole macchiano di un inarrestabile presente non mi provoca nessun senso di solitudine.
Non solitudine.
Non ansia.

Il fluire morbido della sfera sulla carta, l'arrotolare inchiostro in sintagmi, le pause che non proiettano che ombre mentre raccolgono pensieri in drappeggi di senso compiuto, pronti ad essere raccolti e di nuovo tessuti in lemma, in simboli che tutto racchiudono.

E' una metafora del vivere, ed è quella che preferisco.

Come le abitudine che accompagnano l'atto, che lo preparano.

La ricerca, il viaggio verso un luogo che permetta finalmente di stare con se stessi.

Perchè prima di tutto, scrivere è un'azione che si compie per se, un'egoistica rivendicazione d'ordine nel caos che collega la nostra soggettiva al tutto cui, inesorabilmente, apparteniamo.

Rivendicazione di uno spirito unico ed allo stesso tempo manifesto di appartenenza cosmica.

Rivendicazione d'individualità che non vive senza l'altro, senza condividere, senza mutuo dialogo.

E' un'azione umana che fa godere l'uno nell'immaginazione dell'altro e, come ogni arte, vive nella sensualità: un amplesso neuronale che sfuma umori d'inchiostro su di un corpo vivo di carta, come mani e bocche, sessi che si cercano, un ponte fra consapevolezze e materializzazione d'amore, unico degno Dio-Padrone, non chiede che un tributo d'entusiasmo e di passione per poter penetrare l'infinito mistero dell'esistere.

E' con dedizione autistica che, da quando ho ricordi, ho scelto questo mezzo per riordinarmi. Libri, fogli e quaderni. Lapis e penne. Compagni di vita di sempre che mi hanno aiutato a tirare avanti e crescere, a voltare pagine su pagine, ed adesso che ancora mi trovo a farlo voglio che sia senza odio, non in guerra, così da canalizzare e far mio questo dolore a cui così tanto devo.

E' un buon impegno, che mi fa star bene pensarlo.

Concludo come ho cominciato, con volontà, referente delle zecche.

La verità, la sincerità di cui parlo, non può che essere soggettiva: è la mia verità, la sincerità che ne consegue non è che il consumato vivere di un egolatra.

Su questo dolore salvifico e necessario voglio che il mio vivere sia fondato.

Quanto più è profonda la ferita infertami, tanto più le cicatrici che solcheranno il mio corpo saranno monito alla memoria ed esperienza, come carta in corpo vivo, un drappeggio vitale di simboli che mi rappresentano.

Se in qualche modo, zecche, siete rimaste offese dal mio precedente carteggio, sappiate che, in fondo, non c'era niente di personale, che non volevo essere ingiurioso ed ergermi a giudice delle vostre vite: è un compito che spetta a voi, di cui non voglio in alcun modo alleggerirvi del peso.

Voglio solo allontanarmi manifestando la mia estraneità al vostro conciliabolo d'insetti, senza giudizio che non sia di diversità da voi (che così tanto rende la vita un mistero e degna d'esser vissuta).

Sono stato cattivo, lo so, ed ho ferito e me ne compiaccio. Perchè ogni ferita aveva un senso ed una storia ad accompagnarla.

I miei ringraziamenti sinceri, anche con il senno di poi.

"Lasciatemi"

Non mi fermerete.

Che io menta
o abbia ragione,
non potrei essere più calmo.
Guardate:
hanno di nuovo decapitato le stelle
e insaguinato il cielo come un mattatoio.

Ehi, voi!
Cielo!
Toglietevi il cappello!
Me ne vado!

Sordamente.
L'universo dorme,
poggiando sulla zampa
l'orecchio enorme con zecche di stellle."

da La nuvola in calzoni - Majakovskij 

sabato 30 marzo 2013

Una vacanza gitana


Poi arrivò l’incoscienza.

Prima. L’aria, nel grembo scuro della notte
fessa, di luce che filtra, oltre gli scuri.
Un respiro regolare
calmo,
senza paura di sbagliarmi: caldo.

Prima. Alfieri bianchi e in mezzo carne,
uno spasmo elettrico freme,
trattiene in fondo alla gola
un grido ferino.

Prima. Velluto, occhi sgranati che
fanno capolino da sotto una maschera
finalmente vista di fronte,
che non immaginavo,
rosse labbra, una delizia
di vocali, colorate, deliziosamente sussurrate.

Prima. Esitando in una promessa da uomo,
in desiderio, bilico
tra il greto di una strada e un tavolo di legno,
l’ebrezza e un’improvvisa confidenza,
i sensi bagnati e l’ospitalità di un gitano.

Gambe accavallate,
di una bellezza che giustifica il mondo.

Prima. La piazza vuota,
strascicata di passanti.

Ciao, come stai?

POSTUMI DI UN BECCO E SEMIOTICA DELLE ZECCHE



Forse non è che l’ennesima riprova di non appartenenza.

So di per certo che il dolore che inizialmente ho provato quando, finalmente, la verità è riuscita a tornare in superficie, già sfuma, con i secondi, il respiro, e diventa sempre meno pungente, ritrova la sua strada di crescita e, come una vecchia pelle che secca, crepata, si stacca, già fa intravedere una nuova consapevolezza, più elastica e più giovane.

Non è il mio orgoglio ad essere stato ferito, l’orgoglio è una virtù che, ben volentieri, lascio agli uomini che si vogliono pasciare in un falso retro-mondo di sicurezze.

La ferita che ha inciso questa vecchia pelle marcia ha piuttosto una lama d’ipocrisia. 

D’affetto tradito, anche.

Si, questo stupore che tanto mi ha afflitto proviene dall’appurare che un – supposto – mio simile possa vivere in una condizione di protratta menzogna.

Prosperare, sorridere, promettere, procreare.

Forse non è che l’ennesima riprova della mia ingenuità.

Grande ego, piccolo cervello, mi hanno detto.

Ma di per certo so che quello che provo è l’unica misura che ho del mondo, che solo attraverso i miei sensi posso districarmi nell’incoerente vivere, strutturare la mia etica e mettere alla prova la mia morale.

Questo mentire per sentirsi felici e ben pasciuti non è certo così inatteso da spaventarmi: c’è solo delusione sul mio corpo di povero cane, rimpianto, e assottigliata la distanza fino a diventar personale, è sulla vostra natura che mi porta ad interrogarmi, sulle prospettive evolutive che potete avere.

Specisticamente.

Com’è possibile divenire, se l’emotività che dovrebbe tratteggiare la nostra personalità, le pulsioni inequivocabili che ci contraddistinguono, l’insicurezza dolce e fertile di dubbi, come potete divenire se le tenete così ben nascoste sotto l’utile mantello del non rischiar di perdere ciò che volete?

Zecche.

Questa non è che ecologia da zecche. State attaccati ad un corpo altro da voi che vi fornisce sicurezza, sangue per sopravvivere.

L’uomo a cui aspiro non conosce menzogna. Per questo mi sento costretto alla verità.

L’uomo a cui aspiro non è perfetto. I santi sono specchietti per allodole sbronze.

Il mio entusiasmo vive con i creatori, gli sfrontati. Che non hanno paura di perdere qualcuno se non sono se stessi. Egoisti, sanno che non si perderanno mai. Il mio entusiasmo vive con chi non ha paura.

L’uomo ha paura, è solo.

Forse non è che l’ennesima riprova della mia grandezza.

So di per certo che il mio entusiasmo vive di una divina follia. Scomoda. Anacronistica. Sé.

So di per certo però, che il mio giudizio, la mia passione, nella quale le zecche vorrebbero ingrassare in atarassica comodità, è viva. È critica.

Di per certo so che fremo ed ardo e ogni dolore mi rende più forte.

Il mio sguardo più acuto, più fermo.

Godo panisticamente festeggio, mi faccio lama.

Per ogni dolore.

Grazie.

Zecche.

Grazie.

La mia pelle è più elastica e giovane.

Grazie.

mercoledì 16 novembre 2011

Cose preziose




Ne ho dimenticato la forma
dove le ho messe, di cosa sapessero.
Le mie cose preziose sono silenzi dorati
estasi di un corpo nudo senza peso
androni pieni di eco di passi di tacchi
che si allontanano di fronte alla mia porta.

Ne perdo il ricordo mentre le sto guardando
senza valore, non sono che gialle fotografie secche.
Le mie cose preziose sono l’equilibrio del vento
che inizia a soffiare.
Sconvolgenti urla fraterne rinchiuse tra le pareti oscene di un mattatoio,
la pietà dimenticata
una rabbia non più giovane.

Mi è cresciuto il muso, i miei passi lasciano una coda di zoccoli.

Sorella morte, perdono.

Le mie cose preziose non ti serviranno a niente,
fra le dita strette non troverai che rosmarino e salvia selvatica.

Nell’aria l’odore pungente di ozono, un fuoco che si sta spengendo.

Nella cenere resti d’ossa e carta.

(Firenze, 12/11/2011)




I due rinoceronti sono opere originali di Simone Giuliani ispirate dalla lettura. 
Fossi in voi darei un occhio alle sue note sul suo profilo Facebook (fra le quali trovate anche quest'ultima versione del Rino).

domenica 18 settembre 2011

L'albatro d'acciaio, settembre, l'odore dei treni, settembre.



Sotto la cenere di settembre.
Leggo dalla mole, dove prendo appunti: "Cartesio: l'anima come coscienza, gli animali ne sono privi, le grida di dolore sono come in un orologio ne venissero toccate le molle che lo muovono."
Didone.
La polvere non calpestata.
A volte hai solamente un cuore di cane. A volte hai solamente il tuo metro per giudicare. Cos'é quello che tiene tutto in piedi? L'insoddisfazione, l'arrivismo, l'ignorare più orgoglioso si nutre attraverso una consapevolezza che si crea ad hoc. Non ci sono storie né leggende che impediscano l'evolversi della nostra specie. Il fine ultimo é sempre stato, lo sarà sempre, non è che la ricerca della prosperità. Cos'è che tiene tutto in piedi? Realizzarsi, la famiglia, la saggezza del popolo è una vibrazione che conteniamo in quanto eredi molecolari di un dolore che ha scavato la terra, assoggettato l'idrogeno, resuscitato la memoria e scosso, nei secoli, l'incedere verso la perfezione.
Le grida di dolore, il tempo che si spezza.
Realizzarsi, l'attivismo orgoglioso, una famiglia saggia.
Disgregare un atomo non è gran cosa, come non lo è venerare la preziosa maestosità della bauxite.
Scrivevo di aquile  d'acciaio che sorvolano il deserto in caccia di qualche succulente preda che potesse essere afferrata con gli artigli. Ho scritto di un sacco di cazzate. Però gli uccelli son sempre un gran bell'argomento.
Ho perso due treni, e ne ho trovato un'altro che mi riportava a casa.
Per essere settembre.

Caduta di un albatro d'acciaio


Ho visto l'orlo di queste dita, scivolare
oltre il limite di un infranto bianco,
sgretolare il sigillo, ed un altro,
le unghie spezzate, gridare
lontano, cadendo aperto,
urlo gemello di una parete liscia.
un ricatto,
una perdita,
colmato dal vento con il volo
perfetto,
non immobile.
La carne temprata da vocali
in pietra viva
in stelle il corpo
in tuffo
precipatato al suolo.
- Immortalità, eterno, leggenda -
promette l'attesa ferina.

L'impatto non è una conclusione.
L'uomo, suo malgrado, è.

giovedì 19 maggio 2011

La dolcezza di Sara



“Una linea è stata tracciata fra se
stesso e gli altri.
Si nega che questa linea sia stata
tracciata. Non c’è nessuna linea.


Ma non provate ad attraversarla.”


R.D. Laing

I.
La stanza è in penombra, solo una lama di luce filtra dallo scuro appoggiato della finestra. All’interno di
questo intervallo di buio la polvere sembra scorrere, fluire senza peso, leggera come fumo ferma il tempo
evaporando. Una nebbia fra i mondi, come il velo dell’illusione.
Sento il pulsare sordo, sordo, del sangue, battere all’interno dei corpi cavernosi. La pelle: calda, in
fiamme per la pressione e la frizione esercitata, unta dall’olio aromatizzato al guaranà.
Mi sono un documentata un po’ prima. Ho cercato informazioni su internet e sto anche leggendo un libro sull’argomento,
ma la mano che scende verso la base, lentamente, mentre cerco di mantenere la pressione di palmo e dita costante,
millimetro dopo millimetro, dal glande fin giù, verso l’inguine, comunque trema.

Poi di nuovo su. Lentamente.

Allento la presa. L’odore acre del sudore, frammisto a quello speziato che ormai satura l’ambiente mi fa piacevolmente
pizzicare la punta del naso. Marco mi avrebbe chiesto se avessi voglia di litigare.
Massaggio quindi il ventre morbido sotto la pancia. Con l’altra mano invece comincio, delicatamente, sfiorando la pelle
con i polpastrelli, la risalita che dalla zona perianale porta al sacchetto caldo dei testicoli.

Alzo la testa per guardarlo. I suoi occhi azzurri sono tristi ed acquosi, distrattamente appoggiati sul mio seno scoperto.

II.

Buio.

Silenzio.

Sopra, nel cielo, ferite di stelle illuminate dalla luna piena.

È un grido d’alluminio ed abbagliante luce gialla che fende la notte. Veloce come una lama. Spietato tra i tornanti,
prima di ogni curva il mostro ruggente prende fiato insieme al suo Passeggero. Fischia la belva d’ira trattenuta, rallentando.
Il Passeggero, le cosce ben strette sui fianchi lucidi, blocca il suo respirare. Allenta il morso dell’animale e, finalmente,
lo libera nuovamente. Urla e con un balzo si fionda sull’asfalto inerte.
Ancora e ancora.
La Belva ed il Passeggero. Legati in un abbraccio come d’amanti, violenti come amanti, scopano la notte candita di silenzio,
rompendola, uniti insieme. Un unico nuovo essere. Sotto il vento sfrecciano. Non esiste il mondo né l’uomo.
Non conta più niente, non esiste il tempo.
Poi, non fu che acciaio e lamiere contorte. Il giallo vitale ed elettrico del mostro esploso in un accecante e
fosforico flash bianco.
Torna il mondo.
Il dolore. Tra i resti contorti della belva agonizzante giace una mattanza di benzina e olio.
Torna il tempo. Lentamente. Segue il volo del Passeggero. Accelera, quando colpisce l’asfalto e le ossa si sbriciolano,
la pelle si lacera vermiglia.
S’infrange la schiena come vetro.

Sopra, nel cielo, ferite di stelle illuminate da una luna pallida e piena.

Silenzio.

Buio.

III.

Mi chiamo Sara. Ho 25 anni e sono cresciuta in un piccolo paese vicino a Reggio Emilia. Studio psicologia a Firenze da
circa due anni. Vivo con altre tre ragazze in un appartamento sub-affittato vicino a piazza Savonarola.
Era il mese di settembre ed ero appena rientrata da un viaggio nel Salento. Due settimane di vino e taranta che avevano
mandato in fumo tutti i miei risparmi e che mi costrinsero a cercare un lavoro: ristoranti, pub e misi perfino
qualche annuncio su internet.
Una sera, tornando a casa, trovai questa e-mail nella posta elettronica:

Da: EasyWebJob  
A: sarariccioliboccoli@gmail.it
Oggetto: cameriera nel weekend

Ciao,
io un lavoro ce l’ho, se non dovesse interessarti scusami in anticipo. Vorrei premettere che questo è un lavoro 
serio, non fisso ma pagato 100 Euro per ogni visita.
Il lavoro però è un po’ particolare: consiste nell’aiutarmi in un programma di riabilitazione sessuale (tieni 
conto che sono un ragazzo di 35 anni, paralizzato e privo di sensibilità dal torace in giù a causa di un incidente 
che ho fatto 15 mesi fa), disegnato dal mio medico e che comporta  anche l’uso di un dispositivo medicale (chiaramente 
non comporta avere un rapporto sessuale completo fra noi). Se nonostante la natura inusuale, sei comunque 
interessata a discuterne fammelo sapere, ti spiegherò esattamente in cosa consiste.
Altrimenti in bocca al lupo per la tua ricerca di lavoro.
Ti potrei per piacere chiedere di farmi sapere anche se non sei interessata? È una cosa seria e devo trovare come 
iniziare il programma il possibile, è tanto che cerco ma non riesco a trovare nessuno che mi aiuti, a causa 
della particolarità del lavoro.


Ciao e grazie,
Andrea

Rimasi un po’ di fronte allo schermo del MAC, il volto illuminato dalla luce azzurrognola dello schermo. Poi lo chiusi.
Poi me ne andai in cucina a bere. Poi me ne andai a letto.

Quella notte sognai una strada di montagna ed una bestia con gli occhi gialli che mi veniva incontro urlando,
come impazzita di rabbia.

IV.

- Vede…il rilassamento della muscolatura liscia delle arterie cavernose, del tessuto erettile e del corpo spongioso
che induce l’erezione risulta dall’attivazione del sistema parasimpatico e dalla simultanea inibizione del simpatico.
La risposta del parasimpatico è attivata dalla stimolazione periferica e l’erezione riflessa è mediata dal circuito
intraspinale. Informazioni integrate o in origine da strutture sovra spinali possono inoltre elicitare un’erezione
psicogena. Ne consegue che la lesione spinale può alterare sia l’erezione riflessa che quella di origine centrale, e che
il grado della disfunzione sessuale varia in relazione al livello lesionale ed alla completezza della lesione.
Nel suo caso stiamo parlando di una lesione superiore a T10 le possibilità di recupero direi che sono molto buone
In passato era pratica comune l’impianto di protesi intracavernose ma adesso questa strada è stata parzialmente abbandonata
visto il rischio di complicazioni, quali infezioni e ostrasioni.
Sono sicuramente più indicati trattamenti meno invasivi, come auto iniezioni endocavernose .
Prima però, sarà necessaria un’anamnesi accurata della funzione sessuale, sia precedente alla lesione che residua. Una valutazione
della funzione vescicale, delle funzioni viscerali ed uno neurologico basale del livello di lesione. Quindi. Vedo che è sposato… -
-…in effetti…-
-…insieme a sua moglie dovrete seguire un protocollo ben preciso che…-
-…dottore…-
-…le redigerò. Con l’ausilio di un apposito dispositivo per aiutare l’eiaculazione potrete…-
-…dottore! Mi ha lasciato. Mia moglie mi ha lasciato!-
-…
-…
-…il riconoscimento della sensibilità genitale è essenziale per poter valutare le possibilità di recupero. Ci sono diverse cliniche
che offrono servizi professionali di questo tipo. In Svizzera. In Austria…-
-…dottore…-

V.

Scende una lacrima lungo la guancia perfettamente rasata. La vedo ornata dei colori riflessi dalla luce che filtra dallo scuro
socchiuso, come un’assoluzione spicca il volo verso terra. Lentamente. Si riprende il tempo e accelera quando tocca il lenzuolo
candido, sfaldandosi in mille lucciole liquide.
Il calore adesso è quasi insopportabilmente presente nel mio palmo unto di guaranà.
Sento tendersi la tonaca albuginea, forzata dall’espandesi delle trabecole dei corpi cavernosi.
All’inizio di queste quattro settimane di terapia è stato difficile non sentirmi una troia comprata per le mie belle tette, il
mio tempo e la mia disponibilità..
Poi ho iniziato ad immaginare Andrea. Ho cercato di sentirlo come un uomo. Fuori da quella prigione di metallo e gomma che l’aiuta
solo a resistere, l’ho immaginato camminare e correre. L’ho immaginato far l’amore..
Probabilmente Andrea non camminerà mai più.
Né correrà, ma il suo cazzo caldo, nella mia mano unta di guaranà e di sudore penetra un’idea che vale molto di più degli sciocchi
pregiudizi della gente normale.
Fotte il bigotto senso del pudore di una chiesa senza dio.
Scopa l’essenza stessa del sentirsi umani.
Speranza?

Nella camera semi buia che contiene i nostri corpi martoriati dalla vita, la vita stessa sussurra come fanno gli amanti.


è un racconto pubblicato in occasione del progetto Oltre le Gambe, l'immagine è stata realizzata da 
Simone Giuliani dopo averlo letto, in equilibrio su di un filo.

lunedì 25 aprile 2011

Interludio #1: Suonata per uomo minore




non dice nulla, non sussurra nulla,
chiosa,
perché niente seduce quanto la colpa
la quiete,
la pace.


ancora non urla, ma
gobba e storpia, giace.


ancora non parla, aspetta
gobba e storpia, giace.


razza mia indegna ascolta, perchè
come un asina la tua prima consorte raglia
svanisce rapida ogni giustizia,
la fiducia è fiele, amara come l'alito di un prete.
un marchio ribonucleico
crudele come una lama d'ossa,


polvere inusa, non erba luce
che lemma, reo induce:
questa calma estranea
ad una lontana resa.


ma ancora non urla, forse
troppo gobba e troppo storpia, ancora giace.


ed ancora non parla, trema
gobba e dolorosamente storpia, giace.


la pace
non è quiete,
l'immobile colpa di vivere
accusa,
non risolve nulla, e non produce nulla.