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lunedì 3 aprile 2017

Notte alla tana del grillo

Egon Schiele : Ragazza nuda accovacciata, la guancia inclinata sul ginocchio diritto, 1917.
Per N.
Odore di terra rossa alla base del collo
vicino alla tana del grillo,
di là dalla luna azzurra,
seguii
la linea tirata a china del cammino eterno,
un picco di montagna carezzato a boschi,
che fianco a muso del tuo compagno Coda di Stella,
l'ombra del mio frondoso braccio
hai cercato, scelto e letto
con labbra socchiuse
e denti, non guardie bianche ma pronte al morso.

Dalla notte rottofiato
alle sponde di questo fiume ventoso e grasso di sole,
ti sei seduta baciandomi il corpo:
canto di pace e strada
musica zingara, premessa a pace,
eterno è il suono
una dorata impresa,
deliziosa carne e primamante.

Sei rimasta o t'ho raggiunta:
la pelle sulla pelle
in te, come quando rinasco:
canto di pace, di cielo, di laguna
musica è fiato d'amante,
ogni gesto, ogni cielo e ogni fortuna
ogni gesto sacro come una promessa fatta.

Un segno
che chiede in piedi, il gusto
che manca d'averti, il gesto,
odore di terra rossa:
per ogni linea tirata a china
per ogni storia, sorella, ogni dolcezza.

Perché è il destino a mischiarci
quanto l'unica impresa averci ancora.

lunedì 25 aprile 2011

Interludio #1: Suonata per uomo minore




non dice nulla, non sussurra nulla,
chiosa,
perché niente seduce quanto la colpa
la quiete,
la pace.


ancora non urla, ma
gobba e storpia, giace.


ancora non parla, aspetta
gobba e storpia, giace.


razza mia indegna ascolta, perchè
come un asina la tua prima consorte raglia
svanisce rapida ogni giustizia,
la fiducia è fiele, amara come l'alito di un prete.
un marchio ribonucleico
crudele come una lama d'ossa,


polvere inusa, non erba luce
che lemma, reo induce:
questa calma estranea
ad una lontana resa.


ma ancora non urla, forse
troppo gobba e troppo storpia, ancora giace.


ed ancora non parla, trema
gobba e dolorosamente storpia, giace.


la pace
non è quiete,
l'immobile colpa di vivere
accusa,
non risolve nulla, e non produce nulla.

mercoledì 5 maggio 2010

Comici ebrei erranti



Credo nella scienza dell'individuo. Nell'imprescindibile legame tra uomo e lemma. La parola che ci condiziona. La parola espressa che diventa insieme all'individuo un codice e una ragione d'esistere. Siamo ciò che diciamo, espressione. La capacità di comunicare che la nostra specie ha evoluto ad arte e la retorica in metamorfosi. La sua prima ragione ricade come una condanna, inequivocabile. Innocenza e dovere non sono che il mondo.
Il limite divino di una coscienza che non si formerà mai.
Che riesco a non sopportare.
Non riesco a smettere di pensare a Klara, ai B52 che si confondono con il deserto, perchè il colore muta l'aggettivazione che la materia, di cui l'uomo ne ha fatto battesimo incontestabile, ne decise un destino che la stessa mano, d'uomo diverso, forse donna, cambiandone il significato,di morte inequivocabile, ne ha mutato la semplicità intrinseca, scelta che possa non essere che una condanna. Una meccanica letta, analogica, riflesso, luce, non sono che dipinti sul deserto, tracce volute nella profondità, fumo che giace.
Non riesco a smettere di pensare all'incredibile inconsistenza delle persone.
Cosa ti spinge ad essere?
Cosa sognavi?
Ragazza con i fianchi stretti.
L'iride riflessa nello specchio che la macchina fotografica rende immortale esita consapevole del suo nerissimo centro.
Non riesco a smettere di pensare ad una fredda determinazione.
Alla programmazione ad oggetti, arte interpretata che descrive un universo che risponde a regole prime, crea oggetti dall'astrazione di un'idea.
La prima regola è l'equilibrio straziante di uno stallo, risolta nel fluido che permette al corpo di muoversi, flettersi.
La seconda è non parlare mai del Fight Club.
Sento finalmente quest'angoscia diegetica, che ciclicamente mi attanaglia le viscere, svanire. Sono sempre più sconcertato nel notare che il minimo comune multiplo di questo lento tornare a galla è da sempre una mesta solitudine fatta di alcool e di sogni inquieti, di pagine scritte a metà e discorsi lasciati cadere; discorsi poi ripresi involontariamente, da voci che non ti aspettavi o da una carezza che non avevi chiesto mai.

In borsa ho una copia di Underword e come sempre l'eresiarca dell'apò, dietro suonano redivivi i Blind Melon che un amico mi  ha fatto notare che sarebbe il caso di riascoltare. Intanto soppeso quanto sia possibile tornare indietro, sempre più convinto che non lo sia, che tutto proceda comunque, che il ritorno non sia altro che l'ennessimo inganno che ci confessiamo in segreto solo per rendere tutto un po più sopportabile.
Come se fosse possibile avere una seconda possibilità.

Grullerie da zingaro

L'erede non ha che un nome che inizia per vocale.
La grida.
Aieoooooueeeeooo.
Imprime con i gesti
forma al vento.
Esprime l'erede
danzando d'eterno
un infinito movimento.
Respira
ma senza succhiarsi il fiato
AaaahhhaahhaA
l'aria che implode prima di uscire
come in attesa il canto.

Zingari scalzi
prescelti ignari
certi d'essere
animali.
Vergini calde
uomo ansimante
cane che abbaia,
ventre.
Urlo che appaga
senso, luce.

Rima attesa
e salto ignaro
e ressa di corpi
e invoca la passione, l'aria
ruba forma al vento
imprime al fiato il canto.

AieoooooueeeeooO!

Ruba un istante
della danza un passo
scalzo sulla terra
fuoco
grida
vita e lo zingaro ride in strada.
Canta.

sabato 13 marzo 2010

Ricreativo: Allah, qui, la!

Raccolti intorno a spauracchi verdi
giocano i bambini
le donne che li accompagnano come ad un campo estivo,
con le cartelle indosso.
Schiamazzano coi petardi
ridono e non si spostano
più forti: non si nascondono
sotto al nido insicuro dell'aquila d'acciaio.

Gli aguzzini esitano perplessi
hanno sguardo di vacca e voce inconsistente,
aspettano il comando che al tempo stesso temono:
oppressori coscritti
incapaci
non liberi.

Ed intanto ballano i bambini intorno agli spauracchi verdi
sorridono le donne guardando la loro carne
giocare con i demoni,
ridono e danzano, si fan beffe
dell'aquila d'acciaio pesa e tronfia,
gli occhi arrossati di sabbia.

Ridono e danzano, se ne fan beffe:
quant'è ridicola, inutile,
un'aquila che non vola!

( Libano, 30/11/2005)

domenica 14 febbraio 2010

di Circe

Ulisse Fragile

Resta mondo nei miei occhi stanchi
perchè stasera c'è vino rosso
denso
come sangue.

Illudendomi di poter rispondere
seduto solo in questo spazio di silenzio e acqua
un lucido vecchio
scelgo il nome adatto.


L'inchiostro nelle vene, siringa senza peso
contrasto bianco e una fotografia nel tempo
gridano di sette miracoli che se ci penso piango.


Un negativo d'ascolto.
Mare e moto e calore.
Diacronico disincanto.


Santa che sfugge se in ombra
nel niente dimentica del tempo passato
le parole che ho dento, canòpi pieni all'orlo
mai basteranno al fuggirmi questa malinconia.


Solo per il Libro delle Risposte a tutto, rimango.

giovedì 4 febbraio 2010

dell'arte m'importa una sega

parlare di arte è sempre difficile, perchè facendolo si scomoda il concetto stesso di esistenza; inevitabilmente ci si affaccia oltre le ripe scoscese della visione comune, oltre quel muro sottile di cui hanno cantato i Floyd, oltre il quale, saltando nel vuoto, hanno perso vita e la ragione mentale tanti e tanti grandi uomini e donne che furono. vivere il salto non è soltanto più arduo, ma definitivo, implica una scelta d'entusiasmo ( dal greco antico enthusiasmòs, formato da en (in) con theos (dio). Letteralmente si potrebbe tradurre con "con Dio dentro di sé", o "indiamento", "invasamento divino"), il più grande dei sacrifici: perdersi.

quante volte avete parlato del significato di questa parola? io ne ho parlato al bar e a letto, ho litigato a Valencia sul bancone di un pub, me lo sono chiesto di fronte allo specchio guardandomi nel mio cubismo d'animale, l'ho chiesto ad uno stregone malato a praga e come risposta ne ho ricevuto solamente una piuma, persa,nella Moldava. l'ho chiesto al mio cuore morente, in un letto d'ospedale, e ne ho ricevuto solamente silenzio.

e ci penso ancora, non posso fare a meno di pensare ad un gruppo di Rostov sul Don che, nel 1920, pubblicò un manifesto che suonava così:

Manifesto del nullismo

Non scrivete nulla
Non leggete nulla
Non dite nulla
Non stampate nulla

e nel 1920, a Rostov sul Don, tutti i poeti erano nullisti.
adesso, semplicemente, non ci penso più. la risposta verrà da sola, mentre do l'acqua ai fiori, magari, oppure che ho una mezza fetta di torta in bocca, o la saliva di un bacio appena dato.
concludo citando i CSI

Eonica soap opera puntate quotidiane
Assegnate le parti corrono le comparse
Mimporta 'nasega sai
Ma fatta bene che non si sa mai
Mimporta 'nasega sai
Ma fatta bene che non si sa mai

perchè in qualche modo mi permettono di introdurre questo poco politicamente corretto pezzo, che non sarà mai un Haiku e che naque ascoltando i NOFX (ma non c'entra niente).
Firenze crepita in fiamme mentr'urlo sovrastandone il silenzio addormentato
MICA
DORMONO
MORDONO
ATTIMI

mercoledì 2 settembre 2009

Premessa ( o il risveglio del primo uomo)

Anni passano sulla terra sacra
piedi nudi
muli, cavalli e carovane.
Anime dannate e anime perdonate
folle e voci, cariche e commosse
uomini e donne , uomini santi e promesse
insieme voti e sussurri.
Verso il sole morto
attraverso la terra rossa
insieme al sudore
mentre ragliano le bestie.

Verranno i profeti!

Vengano i predestinati.

L’ora della promessa passa insieme al sudore
cola
si scioglie dall’eremo dov’era accasata
sicurezza e protezione.
Comodo.
Futuro che diventa avanzi per la bestia che sbrana il mondo.

Avanti!

Avanti!

È socialismo per bastardi.
Uomini a pezzi o greppia
a cui nutrire i vostri porci.
Condanna e cibo per tanti
pensiero che li abbevera e non scusa
presenti, e tutti.
Merce, spot alla fine del primo tempo
mentre chiamano alzano le mani
urlano saltano sgomitano
si fanno spazio a calci e pugni
nella ressa
simile
ripetuto
ritornato
invoca.

Male la voce che sale
odio dalle grida che chiamano.
Replica.
Tutto torna.
Tace il destino.
L’anima del mondo brucia sotto al fosforo che cade
deposto dalle giacche stirate,
da uomini stanchi
tremuli, incarnano il non-essere.
Ama e regna e decide
sceglie e condanna.

Re Nudo.

Aquila.

Non essere, tutto.
Volontà come acciaio esposto
nervo terrigno della vergogna che generasti
dalle urla della femmina e femmina
è genere come il bianco sfuma dalla luce
vede i simboli l’eletto.
Codifica. Stop. Linea. Stop. Punto. Stop. Linea. Stop.

Da solo.
Implica e non nuoce.

Se.

Sé.

Mi espongo attraverso il sangue
cola dalle vertebre
complicato, in codice
rumoroso essere.

Non!

Sé!

Vede e implora.
Uomo in macchina come
scatola di morte come
condanna a morte come.
Lirico l’insulso genera:

PRELEVA

dal caos l’immemore
feto impuro, viscido
non-pensiero
non-giudizio
essente al senso convoca
la corte piacente.

Morte lo saluta
Disprezzo inchina
Dolore s’erge nel mantello orlato
miete Orgoglio le sue messi d’oro
Rumore s’inchina a
Silenzio immoto principe
Disperazione spezza
Tempo ancora assiste
e intanto tutto scorre.
Sorge sole al fondo
illumina in vita
crea l’ombra e tutto riprende.
Incarnato un grido
pietà strazia.
Non eletto Caino aspetta.

mercoledì 29 luglio 2009

Grana di cane

come un quadro ad odio
come un'ancora l'immagine è vergogna,
un ultimo riflesso prima di andare
primo solo l'ultimo sguardo. come una
verità corrotta
s'arresta immobile mentre
un latrato fende l'aria.

sostanza resa

occhio impresso
un morbido percorso inverso.
irride, fuori, l'iride e l'ombra contratta
con il giorno torno
in carne.

resto ansioso

vedo l'intimo
subìto amplesso
chioma folta d'eroe
zigomi alti.

un "diventa niente"

in un cielo scuro:
- cagna 'u munno che trovai -
perchè piangendo perdevo la libertà.

lunedì 20 luglio 2009

La sera aspetta



È la pioggia di sangue che aspettiamo per questo pomeriggio apatico
è da dietro
da sotto la tenda che vedrai la luce muoversi,
perché
      s’alzerà il vento
      dai passi irregolari
      sottoposto a forza
      sono fiato mentre mio padre avanza
      ed il lampo come un inatteso giorno.
Non tarda a cadere.


La sera che aspetta quasi non volesse sentirsi disattesa
mentr’apre il velluto con le braccia scure
sussurra, la pace, frustandosi il seno.


La curva apprezzo
dalle dita e sulla schiena,
scriverà la sorte del mondo appesa
quando in viaggio
verso il tropico del cancro
      s’alzerà il vento
      dai passi irregolari
      sottoposto a forza
      sono fiato mentre mio padre avanza
      ed il lampo come un inatteso giorno.
Non tarda a cadere.

mercoledì 15 luglio 2009

Miele e cera


Jenny scende piano come quando le parole e gli occhi
stringe al cuore il petto i vetri
in pezzi di un bicchiere infranto.
Comiche scintille, girano
ed incomplete, al capo
inchina già la fronte,
inquieta fronte al pianto
tu figlia e madre e amante.

Mentre prega s'alza e prega
l'incauta luce veste
e s'alza e prega inquieta figlia.

S'alzi e svesta perchè ha dentro ancora dubbi
ancora incede in pena.

S'alzi e svesta perchè ha dentro ancora dubbi
ancora incede in pena.

Resta in calma e inquieta veglia
perchè l'incubo del giorno ceda la violenza
ieri in niente sfumi,
calma in terra
in sogno come in carne al sonno spera
prega: in miele e cera.

domenica 12 luglio 2009

San Francesco d’Assisi, stanco, si china e beve. Gli parlano le rocce.


Nel letto del fiume d’acciaio
nuota, la vita, in volute lento,
crepa la roccia lo sgomitare indomito
risale il corso con la forza di un titano.
Disintegra la pietra con le sue spinte rabbiose
animato dall’odio, diresti!
Sussurrato all’orecchio da uno spirito di vendetta,
crepa e frantuma
come il presente il futuro farà breccia
sotto le sue armi
già forti
tenace e coriaceo mostro,
vedendolo: un’arma, perfetta.
Crepa pietra in sabbia.
Ogni schianto sprigiona energia.
Ogni gesto potere espresso.
Ogni passo sangue stillato e dolore.
Se fossi pietra.
Se le tue mani conoscessero la passione della materia
ogni atomo fratturato ti canterebbe le gesta
dell’eroe perduto.
Ogni grammo di solitaria calce
dispersa ametista,
radiosi cristalli chini come ancelle aspettano
non il sole e il vento di settembre,
non la luce ma quell’ombra che passi fra loro.
Il sale, molecola timida e conforme
prezioso paggio quanto ridicolo servo
di un umano scambio,
attende e spera, anch’egli, che giunga a liberarlo.

Riflette da un lontano giaciglio
la stanchezza e l’oblio
della terra frantumata.

Olio su carne il sangue versato non può che condurre ovunque un giorno
pronuncerò “casa”.
La polvere intorno, accarezzata dai venti
si posa soffice come un perdono inatteso.
L’improbabile traccia di un sogno
come un sentiero si snoda,
depositata ad eterno monito.

sabato 11 luglio 2009

La notte ad Orgiva

L’estate incredula tocca le mie mani contratte
verse in alto al cielo
i segni senza voce come una risposta
disegnano voci stanche e corpi tesi
come voglie che non possono chiamarsi ancora.

Meglio ridere sotto gli occhi dei cani
prendere coscienza e non guardarsi indietro.

Livido, scelgo niente perché senz’anima non è decente,
meglio ancora il silenzio
che le tue braccia sciolte,
meglio ancora ridere con i denti stretti
mentre m’incrino e canto,
meglio sarebbe scegliere il perdono
sarebbe un attimo, l’ennesimo conforto, il cuore caldo.

Scelgo di non meritarmi
perché la mia colpa è scritta.
Vedo il muoversi dei corpi
la dolcezza attraverso la notte semplice.

Luna, figlia, memore vestita dei riflessi che non ti aspettavi
adesso testimone delle mani
dei sorrisi, dei colori attenta.

Un confine che va dal mio palmo al tuo petto, dal tuo palmo al mio petto.


Mettere le mani a terra.
Metto i palmi sulla sua pelle calda.

Apro, digrigno, ride l'asina
scuote le anche
la troia si sveste piano e quando le conviene.

Anima la festa.
Offre saliva.
Tequila.

Conosco molte lingue ed un po di notte da attraversare
e seguo un cane da cinque anni
lo guardo scodinzolare
tra reale ed inganno.

Dimmi. Amore mio.
Parlami condanna.

Senti tra la pelle ed il ventre nudo,
nell'acqua mossa,
accanto alla strada, cosa chiedermi.
Quale domanda prendere, scegliere,
nel mazzo delle risposte a tutto.

Meglio forse chiedere se il giusto conosce paura,
giusto forse temere che credere al terrore.
Meglio reggere l'inganno del se
che nulla nuoce al se
che chiedere un altro spazio,
sognato, la poesia
e trascendere.

Errante ignoto lascio
una memoria che niente stringe.

giovedì 9 luglio 2009

Eniwetok

Un silenzio devastante
come un tuono
più potente,
grande che scompari sotto ai suoi petali in fiamme
mentre cerchi una ragione
scritta
tra i suoi petali incandescenti.

Sale dal suolo penetrando il cielo,
strappa le nuvole come cotone
esita,
sembra
si goda l'atmosfera
cullandosi,
senz'ali
sospesa.

Mentr'urla ormai padrona
già pregusta la vittoria,
che di questi insetti conosce l'odio
che non saranno cento, mille e ancora braci
che terranno in vita il fuoco
troppo scomodo
della memoria