59 I gatti sbadigliano rendendosi conto che non c'è niente da fare. (Jack Kerouac - La scrittura dell'eternità dorata)
sabato 14 agosto 2010
Il viaggiatore eterno ( solamente un altro impiccato)
L'impiccato si guarda i piedi. Anche quando sta per iniziare la tempesta. Il vento gli alza la polvere intorno. Sotto. Non ci sono passi che l'hanno portato li. C'è da sempre.
In effetti non c'è gran che da guardare: qualche sasso, il terriccio secco, i soliti scarafaggi. Anche quando sta per iniziare a piovere. L'impiccato non alza lo sguardo, si guarda i piedi. Mentre le prime gocce pesanti schiantano la secchezza del legno del patibolo colano rigagnoli di fango.
Lo sconosciuto s'avvicina, calza stivali, gli chiede, con la voce di chi viene da mille presenti, Quale la colpa che ti condannò alla forca, che trasformò le carni che un tempo ti fecero uomo nell'ultimo segnale che delimita questa landa desolata. L'uomo che parla indossa il vigore del maschio che impugna la fune, le spalle larghe di chi conosce la terra, le mani di chi per tutta la vita l'ha lavorata. Porta in fronte il marchio nero, da tempo l'azzurro ha lasciato i suoi occhi.
Ma l'impiccato si guarda i piedi. Anche mentre l'acqua gli scorre copiosa ai lati del capo chino.
Non può rispondere perchè ai morti è negato il fiato, e come solo i morti e i pazzi e i cani sanno, solo il vento può condurre la sua risposta. Avrebbe la voce rotta di nostalgia: per la moglie, per il figlio, lasciati di la dal velo che separa i mondi.
Sono stato giudicato come ladro e appeso a questa gruccia, i polsi tagliati perchè il sangue possa sgocciolare libero sulla terra dura, la gola stretta dalla corda quanto basta per soffocare, appeso come la selvaggina che osai cacciare nella terra del mio signore: pasto dei corvi come il cervo lo fu della mia famiglia vorace. Mio è il destino della preda che il signore mio mai avrebbe sfamato ma che di questo macello saziò invece la propria rabbia.
Lo straniero ha sentito alzarsi il vento. Al di la del corpo straziato s'intravedono i contorni di un abitato, il fumo dei camini s'alza in mezzo alla pioggia incessante. Si passa la mano fra i capelli folti e neri prima di riprendere il suo viaggio in cerca di un posto dove passare la notte.
Ma l'impiccato si guarda i piedi. Anche mentre l'uomo con il marchio in fronte s'allontana. Lungo il sentiero. Che probabilmente sarà costretto a percorrere per sempre.
C'è un uomo immobile appeso al vento
pochi chilometri fuori città
sopra, le nuvole senza vento
specchio alla gente che se ne va.
C'è un uomo immobile appeso al vento
pochi chilometri fuori città
come un sospiro, senza voce
trova fra i corpi la pace
parla coi corvi dalla croce
prega un sospiro di pace.
mercoledì 23 giugno 2010
Presidenti del Globo Terrestre (II)
Solo noi, arrotolati i vostri tre anni di guerra (2 di 2)
D’ora in poi noi ordiniamo di sostituire le parole “Per grazia [divina”
con “Per grazia delle Isole Figi”.
E’ forse decente per il Signor Globo Terrestre
(sia fatta la sua volonta’)
incoraggiare il cannibalismo ecumenico
entro i confini di se stesso?
E non e’ servilismo senza limiti
da parte degli uomini in quanto mangiabili
proteggere il proprio Mangiatore Supremo?
Ascoltate! Persino le formiche
spruzzano acido formico sulla lingua dell’orso.
Se ci sara’ qualcuno ad obiettare
che lo stato degli spazi non e’ giudicabile
come ecumenica persona di diritto,
non obietteremo noi che forse l’uomo
e’ anch’esso uno stato: bimano,
di globuli sanguigni, ed anch’esso ecumenico?
Se gli stati sono perversi,
chi di noi movera’ un solo dito,
per prolungare il loro sonno
sotto la coltre del Per Sempre?
Voi siete malcontenti, o stati
e loro governi,
in segno d’avviso battete i denti
e fate piccoli balzi. E con questo?
Noi siamo la massima forza
e sempre potremo rispondere:
a sommossa di stati
sommossa di schiavi, -
con una missiva bene assestata.
Stando sulla tolda delle parole “Superstato della stella”
e non necessitando di bastone nell’ora di questo rullio,
chiediamo: chi e’ piu’ alto:
noi che, in virtu’ del diritto di sommossa
e inoppugnabili nel nostro primato,
servendoci della tutela delle leggi sull’invenzione,
ci siamo proclamati Presidenti del Globo Terrestre,
oppure voi, governi
di singoli paesi del passato,
questi prosaici residui caduti vicino a macelli
di tori bipedi,
del cui cadaverico umore vi siete unti?
Quanto a noi, condottieri di un’umanita’
da noi edificata secondo le leggi dei raggi
con l’ausilio delle equazioni del fato,
noi rinneghiamo i padroni,
che si spacciano per governanti,
per stati e altre case editrici
e ditte commerciali Guerra & C.,
che hanno appoggiato i mulini del dolce benessere
all’ormai triennale cascata
di vostra birra e di nostro sangue
dall’inerme onda rossa.
Vediamo stati ruzzolare sulla spada
per lo sconforto del nostro avvento.
La patria sulle labbra, sventolandovi
col ventaglio del regolamento bellico-campale,
avete con impudenza inserito la guerra
nel cerchio delle Fidanzate dell’uomo.
Ma voi, stati degli spazi, placatevi
e non piangete come ragazzine.
Come intesa privata di privati,
assieme alle societa’ degli ammiratori di Dante,
dell’allevamento di conigli, della lotta con le arvicole,
entrerete sotto l’usbergo delle leggi da noi promulgate.
Non vi toccheremo.
Una volta per anno potrete adunarvi in annuali adunanze,
passando in rassegna le forze che si rarefanno
e in base al diritto delle associazioni.
Restate dunque volontaria intesa
di privati, non necessaria a nessuno
e per nessuno importante.
Fastidiosa come un mal di denti
in una Nomina del XVII secolo.
Rispetto a noi voi siete
come l’irsuta gamba-mano d’una scimmia,
scottata da un recondito dio-fiamma,
rispetto alla mano d’un pensatore, che placida
governa l’universo,
di questo cavaliere della sorte sellata.
C’e’ di piu’: noi fondiamo
la societa’ per la difesa degli stati
dal ruvido e feroce trattamento
delle comuni del tempo.
Come deviatori
ai binari d’incontro del Passato e del Futuro,
guardiamo con uguale sangue freddo
alla sostituzione dei vostri stati con una
umanita’ edificata scientificamente,
come alla sostituzione d’una ciocia di tiglio
col bagliore di specchio d’un treno.
Compagni-operai! Non vi lagnate di noi:
come operai-architetti, noi andiamo
per una strada speciale ad un fine comune.
Noi siamo un genere speciale d’arma.
Dunque il guanto di sfida
di quattro parole “Governo del Globo Terrestre”
e’ gettato.
Intersecato da una rossa folgore,
l’azzurro stendardo dell’Anarchiam
stendardo delle albe ventose, dei soli aurorali,
e’ issato e sventola sopra la terra,
eccolo, amici miei!
Il Governo del Globo Terrestre!
mercoledì 9 giugno 2010
Presidenti del Globo Terrestre
Erano fogli di carta scritti, disegnati e stropicciati, appoggiati su di una spalla, tenuti dentro la federa di un cuscino. Erano gioielli rivoluzionari in una terra che stava per essere squassata dalla storia. Velimir Chlebnikov è purtroppo poco conosciuto nella nostra, ignorante patria, al limite citato (erroneamente) tra i futuristi russi. Leggerlo ancora più difficile. Ultimamente la Quodlibet ha pubblicato un libriccino che raccoglie alcune sue poesie dal nome 47 Poesie Facili e una difficile: è già qualcosa, ma poco dice di chi veramente era il Presidente del Globo Terrestre.
Anni fa, invece, Enaudi aveva in catalogo una raccolta di poesie, adesso fuori produzione, introvabile. Sono anni che la cerco inutilmente. Disperato (eh si) e amareggiato avevo quasi abbandonato ogni speranza di poter di nuovo gustare le meraviglie nascoste in quella federa sdrucita, poi sono inciampato nel Nabanassar che, bontà sua, sta pubblicando alcuni estratti (tratti da una copia ripescata su e-bay) dell'opera di Chlebnikov, ed in particolare Solo noi, arrotolati i vostri tre anni di guerra.
Buona lettura.
Solo noi, arrotolati i vostri tre anni di guerra
Solo noi, arrotolati i vostri tre anni di guerra
in un cartoccio di minaccevole tromba,
cantiamo e gridiamo, cantiamo e gridiamo,
ubriachi del fascino di quella certezza,
che il Governo del Globo Terrestre
gia’ esiste:
siamo Noi.
Solo noi abbiamo calcato sulle nostre fronti
il serto selvatico di Governanti del Globo Terrestre,
inesorabili nella nostra abbronzata ferocia,
saliti sul masso del diritto di conquista,
alzando il vessillo del tempo,
noi – vasai che cociamo le umide argille dell’ umanita’
nelle brocche e nei bricchi del tempo,
noi – promotori della caccia alle anime
urliamo in canuti corni marittimi,
chiamiamo a raccolta gli umani armenti -
Evoe’! Chi e’ con noi?
Chi ci e’ amico e compagno?
Evoe’! Chi ci segue?
Cosi’ noi balliamo, pastori degli uomini e
dell’ umanita’, sonando il piffero.
Evoe’! Chi e’ piu’ grande?
Evoe’! Chi e’ piu’ avanti?
Solo noi, saliti sul masso
di noi stessi e dei nostri nomi,
fra un mare di vostre maligne pupille,
solcate dalla fame dei patiboli
e contorte dall’estremo orrore,
sulla risacca dell’urlo umano
vogliamo che ci si apostrofi e d’ora in poi ci si onori
Presidenti del Globo Terrestre.
Che sfacciati – diranno certuni,
no, sono santi, obietteranno gli altri.
Ma noi sorrideremo come dei,
additando con la mano il Sole.
Trascinatelo ad un guinzaglio per cani,
impiccatelo alle parole
“Liberta’”, “Fratellanza”, “Uguaglianza”,
processatelo al vostro tribunale di sguattere,
perche’ sulle soglie
d’una molto ridente primavera
ci ha ispirati questi bei pensieri,
queste parole e ci ha dato
questi sguardi sdegnosi.
Il colpevole e’ Lui.
Noi non facciamo che adempiere il bisbiglio solare,
quando verso di noi erompiamo come
capimandati dei suoi ordini,
dei suoi severi comandi.
Le pingui folle dell’umanita’
si stenderanno sulle nostre tracce.
Dove noi siamo passati,
Londra, Parigi e Chicago
per gratitudine sostituiranno i loro
nomi coi nostri.
Ma perdoneremo una tale stoltezza.
Tutto questo e’ di la’ da venire,
e intanto, madri,
portate via i vostri figli,
se apparira’ in qualche posto uno stato.
Giovani, saltate e rintanatevi nelle spelonche
e nel profondo del mare,
se in qualche posto vedrete uno stato.
Ragazze e chiunque fra voi non sopporta l’odore dei morti,
cadete in deliquio alla parola “frontiere”:
esse odorano di cadaveri.
Eppure ogni ceppo fu un tempo
una bella conifera,
un pino fogliuto.
Il ceppo e’ perverso soltanto per questo,
che su esso si tronca la testa agli uomini.
Cosi’, stato, anche tu
sei parola assai bella nel sogno,
composta di ben cinque suoni:
con molte comodita’ e refrigerio.
Sei cresciuto in un bosco di parole:
ceneriera, fiammifero, cicca,
pari tra pari;
ma perche’ si va nutrendo d’uomini?
Perche’ il paese natio s’e’ fatto cannibale,
e la patria sua sposa?
Ehi! Ascoltate!
A nome dell’intera umanita’
ci rivolgiamo con messaggi di pace
agli stati del passato:
se voi siete splendidi, o stati,
come amate narrare di voi stessi
e di voi costringete a narrare i vostri famigli,
allora perche’ questo cibo agli dei?
Perche’ scricchiamo, noi uomini, nelle vostre mandibole,
tra zanne e denti molari?
Ascoltate, stati degli spazi,
ecco ormai da tre anni
voi fate finta
che l’umanita’ sia soltanto una pasta,
un dolce biscotto che vi si scioglie in bocca;
e se il biscotto scattera’ come un rasoio, dicendo, mammina?
Se lo spargeremo di noi,
come d’un tossico?
Continua (1 di 2)
lunedì 7 giugno 2010
Un silenzio perfetto
Pubblico un pezzo vecchio, un po per pigrizia un po perchè il lunedì, e questo in particolare, sento sempre il bisogno di fare il punto e ricordare. Un silenzio perfetto ha preso diverse forme dal suo originario sfogo cartaceo: è stato postato in laboratorio con i meravigliosi colleghi di iridelapsus insieme alla Sidda (leggere per credere quant'è ispirata questo gioiellino di abitatrice del Mugello), è stato barattato in cambio di un ritratto a pastello, una sera che provammo a cercarci ancora una volta, in fondo all'arte precaria - memoria spezzata sotto i colori tenui, infranta di sogno tradotta dalla leggenda -, è diventato reading insieme agli Sparflatz evolvendosi insieme alle note rubate, volta per volta, all'improvvisazione e quindi al momento, nuova ad ogni battuta( e per questo mutata e confortante).
Sostanzialmente non è che una storia inventata, senza più importanza, come i ricordi evaporati insieme all'alcool e all'alba.
nell'immagine: Bartolomé Esteban Murillo, "Ragazzi con meloni e grappoli d'uva"
Un silenzio perfetto
Il riverbero dell'alba sulla bottiglia dipinge la parete della stanza di una indefinita immagine tremolante. L'aria, adesso in quiete, accarezzata dal calore scisso dai corpi, finalmente tornata libera, sgranchisce attraverso uno spiraglio gelido le sue ali, libere dal fiato, dal sudore.
Corpi bagnati e caldi che respirano lenti nella tranquillità della città addormentata.
In strada, il passo strascicato di chi va a lavorare, di chi torna a casa dopo una serata di festa, rimbomba regolare, sommesso, attutito solamente dai drappi chiari appesi al soffitto, dalle lenzuola crespe.
Non esiste la malinconia nel corpo fremente che le prende i lombi. La schiena tesa nel supremo sforzo di aprirsi, i fianchi, nascita del mondo e giudizio inappellabile della carne, come una viola vibrano. Basso di piacere. Estasi che dal sangue s'alza, strazia, sublime, e perfezione, piacere che invade. Partecipazione che finalmente, nell'inganno, non ha bisogno di una scelta, perché la decisione ha preso la maschera terrificante, preziosa, ineluttabile, della follia.
La tenebra. Compagna, custode. Da te, mani che non strinsero che sabbia, s'ergono. La perfezione come amalgama del desiderio, modella l'inconsistente oblio. Di te l'insicurezza, il latrato di cane, in cagna ansante, in me, in cane mutato, come uno stregone che scopa la luna. Sperma perfetto su corpi perfetti.
I membri tesi come lance dipingono con la loro ombra la venusiana regina. La concitazione dei denti traccia nuovi confini sulla pelle scura di lei, che vibra come rettile in procinto d'abbandonare la vecchia e lacera, inutile,forma.
Nuovi umori tracciano nuovi sentieri. Il piacere definitivamente evapora da sé per l'incomprensibile timore del possedersi, la nuova carne risponde inattesa al primo dei bisogni, incontra finalmente la sua più profonda vittoria: Sublima.
L'abbraccio, stretto. Velluto e ruvida sensazione, dolcezza, disperazione. L'inconsapevole così determinatamente cercato. L'insicurezza che diventa morbidissima preda.
La verità non grida che vocali.
La luce del mattino taglia obliqua la stanza sfatta. Il cremisi del giorno nascente, giunto, borioso, con il suo fardello di perdono, non può che allontanarsi seguendo i passanti impazienti.
Non è più notte. Ogni timidezza nascosta non può che arrossire alla malizia dei giorni che verranno.
Rimane solo il profumo a galleggiare nella stanza silenziosa.
Solo sensi, come dita di una mano, pudicamente nascosta in tasca.
Ricordo il mio corpo, nudo. Finalmente perfetto. In uno sforzo, ultimo, per chiudere quella fastidiosa finestra e rimanere ancora un po' al buio, al silenzio, avvolto di niente se non sudore.
Finalmente perfetto.
In un silenzio perfetto.
martedì 1 giugno 2010
la lezione della storia, il Lupo della Fine
E' fatto divieto agli ebrei di concedere a Hitler vittorie postume
Emil Fackenheim
"Iddio ti salvi, vecchio marinaio,
dai demoni che ti tormentano così!
Perchè cambi espressione?" "Con la mia balestra
io l'Albatro abbattei."
Samuel Coleridge, la ballata del vecchio marinaio
La storia ci dovrebbe aver insegnato la lezione della ciclicità, la preziosa consapevolezza della causa effetto e l'incantevole dono della memoria. Ogni passo che lo scarpone calzato della milizia umana, avanzando, affonda nel pantano della propria scoperta ancestrale, platee gremite di sudditi non si sono mai risparmiate dal cantare le lodi dei supposti potenti, ne il prostrarsi al loro cospetto.
La storia ci dovrebbe aver insegnato l'arte della pazienza, la natura il ciclico ritorno della carne alla polvere. L'inevitabile rivoluzione è scritta nel genoma umano. L'evoluzione della coscienza piegata. Il grido disperato che s'innalza oltre il chiasso dell'ultimo esercito. Una condanna, alta ed inclemente, è trascinata dalle mani guantate del persecutore, strattonata per i capelli arruffati, lungo un confine che è non è che una scia di sangue, da gasteropode. Un insetto sventrato la placenta, insettoide, livida, scorretta, che contagia la terra della vita che gli è stata strappata.
La storia ci dovrebbe aver insegnato la favola degli ideali, purtroppo ancora distanti, ancora spettatori. E' stata la tirannide la prima bestia a nutrirsene, moliplicare le sue forme. Spietata, micidiale. Si nutre di tutto, non può essere arrestata e diventerà grassa, e diventerà grande, imponente e distante, pigra tanto che ogni movimento sarà sempre più difficile da perseguire. Infine si mangerà, e noi con lei, di lei ci sazieremo, ne faremo banchetto e grandissima orgia. Diventeremo forti, prolificheremo.
Non riesco a smettere di pensare al Lupo della Fine, a Fenrir, a Elia. A Kundera che cercò una luna Moldava nella Senna. Ai sentimenti, troppo fragili, che si spezzano, ed ai corpi ancor più deboli e preziosi, che vanno a fondo, come l'equipaggio di Coleridge, abbattuti, dalla più tremenda delle maledizioni, ineluttabile.
Cibo per il mostro.
In Affordance
adesso
s'erge immemore l'insonne
s'erge immemore l'insonne
adesso
s'erge immemore l'insonne
per troppo idea, reimprime longitudine
come un cieco
come una follia
adesso
s'erge immemore l'insonne.
giovedì 20 maggio 2010
Underluv
Underluv
Sciolto il segno lungo il tuo fragile senso
tu, cuore di giglio, meticcio d'aria,
non fosse per questo respiro pesante
ti scioglierei labbra in bocca,
dolcemente,
la lingua calda carezza.
Mani troppo distanti ed è troppa la voglia di toccarti.
Dovrebbero essere di donna le mie dita
per imbarazzarti la pelle chiara,
più chiari gli occhi,
l'anima graffiata in ambra
libera, più forte.
Corpi troppo distanti
e troppa la voglia di sentirti muovere
e corpi ancora troppo distanti,
nel chiasso
ancor più vero,
l'esitante sfiorarsi
che l'incessante attendersi
non fa che render più dolce
vedo.
mercoledì 5 maggio 2010
Comici ebrei erranti
Credo nella scienza dell'individuo. Nell'imprescindibile legame tra uomo e lemma. La parola che ci condiziona. La parola espressa che diventa insieme all'individuo un codice e una ragione d'esistere. Siamo ciò che diciamo, espressione. La capacità di comunicare che la nostra specie ha evoluto ad arte e la retorica in metamorfosi. La sua prima ragione ricade come una condanna, inequivocabile. Innocenza e dovere non sono che il mondo.
Il limite divino di una coscienza che non si formerà mai.
Che riesco a non sopportare.
Non riesco a smettere di pensare a Klara, ai B52 che si confondono con il deserto, perchè il colore muta l'aggettivazione che la materia, di cui l'uomo ne ha fatto battesimo incontestabile, ne decise un destino che la stessa mano, d'uomo diverso, forse donna, cambiandone il significato,di morte inequivocabile, ne ha mutato la semplicità intrinseca, scelta che possa non essere che una condanna. Una meccanica letta, analogica, riflesso, luce, non sono che dipinti sul deserto, tracce volute nella profondità, fumo che giace.
Non riesco a smettere di pensare all'incredibile inconsistenza delle persone.
Cosa ti spinge ad essere?
Cosa sognavi?
Ragazza con i fianchi stretti.
L'iride riflessa nello specchio che la macchina fotografica rende immortale esita consapevole del suo nerissimo centro.
Non riesco a smettere di pensare ad una fredda determinazione.
Alla programmazione ad oggetti, arte interpretata che descrive un universo che risponde a regole prime, crea oggetti dall'astrazione di un'idea.
La prima regola è l'equilibrio straziante di uno stallo, risolta nel fluido che permette al corpo di muoversi, flettersi.
La seconda è non parlare mai del Fight Club.
Sento finalmente quest'angoscia diegetica, che ciclicamente mi attanaglia le viscere, svanire. Sono sempre più sconcertato nel notare che il minimo comune multiplo di questo lento tornare a galla è da sempre una mesta solitudine fatta di alcool e di sogni inquieti, di pagine scritte a metà e discorsi lasciati cadere; discorsi poi ripresi involontariamente, da voci che non ti aspettavi o da una carezza che non avevi chiesto mai.
In borsa ho una copia di Underword e come sempre l'eresiarca dell'apò, dietro suonano redivivi i Blind Melon che un amico mi ha fatto notare che sarebbe il caso di riascoltare. Intanto soppeso quanto sia possibile tornare indietro, sempre più convinto che non lo sia, che tutto proceda comunque, che il ritorno non sia altro che l'ennessimo inganno che ci confessiamo in segreto solo per rendere tutto un po più sopportabile.
Come se fosse possibile avere una seconda possibilità.
Grullerie da zingaro
L'erede non ha che un nome che inizia per vocale.
La grida.
Aieoooooueeeeooo.
Imprime con i gesti
forma al vento.
Esprime l'erede
danzando d'eterno
un infinito movimento.
Respira
ma senza succhiarsi il fiato
AaaahhhaahhaA
l'aria che implode prima di uscire
come in attesa il canto.
Zingari scalzi
prescelti ignari
certi d'essere
animali.
Vergini calde
uomo ansimante
cane che abbaia,
ventre.
Urlo che appaga
senso, luce.
Rima attesa
e salto ignaro
e ressa di corpi
e invoca la passione, l'aria
ruba forma al vento
imprime al fiato il canto.
AieoooooueeeeooO!
Ruba un istante
della danza un passo
scalzo sulla terra
fuoco
grida
vita e lo zingaro ride in strada.
Canta.
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di ventre,
pezzi di vetro
lunedì 12 aprile 2010
CANI - Romanzo a Puntate.
#1.4 Rrose Selavy
Mano a mano che si avvicinava alle case popolari, passo dopo passo, sentiva il terreno sempre più scivoloso sotto i piedi, come se l'intonaco sbreccato e sfarinato dagli anni si fosse depositato in una uniforme patina scivolosa.
Arrivò fino all'androne del palazzo.
Una mostruosa maschera azteca di nomi e cognomi stava come una stele accanto all'ingresso che si affacciava su di un cortile interno, imberbe d'erba, rada e ingiallita. Non c'era nessuno con cui non incrociare lo sguardo e dopo essere rimasta un momento a non osservare quel triste prato, la figura esile con il cappotto lungo s'incamminò su per le scale.
Il padre di Rrose era un procuratore. Un uomo d'altri tempi, la fronte alta e socratica, il naso fine e dritto e due occhi azzurri come il ghiaccio, paralizzanti. Era un uomo potente ed influente e, dopo un primo momento di contrarietà verso le aspirazioni artistiche della figlia, così distanti dalla sua visione da legislatore. Non esitò mai a scomodare amicizie e confratevolina, pescati fra le sue innumerevoli conoscienze per fargli avere la soffiata buona, l'indirizzo giusto dove andare, e sempre nuovo materiale per la carriera di fotografa free-lance della figlia.
Quella mattina l'aveva chiamata verso le nove e trenta. Sembrava ancora assonnato e si sentiva che stava tirando avidamente il filtro di una marlboro, seduto sulla sua preziosa poltrona in stile “nuovo impero”. Le disse di prendere carta e penna perchè un amico della polizia gli aveva dato un indirizzo. Nessuna possibilità di replica.
Se doveva essere una fotografa, sarebbe stata la migliore. Questo pensava papà, lo sapeva, e lei non chiedeva di meglio.
Quattro piani di scale, senza ascensore.
La prima porta del pianerottolo.
I cardini pendevano monchi e furono testimoni del suo ingresso nell'appartamento mentre lei passava oltre l'ingresso spalancato.
Dentro solo il rumore ossessionato di un frigorifero contro il soffitto basso e di tacchi battuti irrequietentemente di uno sbirro di guardia.
Il corpo pendeva.
Appeso.
L'appuntato mormorava, come una nenia, un chi può averlo fatto e non credevo, gli mettessi le mani addosso e figlio di puttana. Il militare non era che un ragazzetto, uno sbarbatello che stava discutendo con se stesso indirettamente, per darsi coraggio.
Quando vide entrare Rrose, l'impermeabile nero e bagnato, i capelli pesi d'acqua, si limitò a fargli nervosamente un cenno con il capo, pensando probabilmente che facesse parte della scientifica, non gli chiese un documento di riconoscimento né alcun chè.
Il corpo pedeva.
Appeso.
La catena fine, fissata con un moschettone al lampadario, non oscillava, ma sosteneva quel corpo incarnato sopra la sua immagine riflessa da un tavolino basso, con il ripiano superiore di vetro, dal quale una pozza di sangue non ancora del tutto coagulato, s'alimentava della ferita netta, fredda, con cui l'omicida graziò quel corpo straziato.
Una linea sottile e dritta, lungo la gola bianca.
Un sorriso d'acciaio perfetto che le cingeva il collo, ornato di lacrime ambrate, le ultime versate da quel corpo condannato.
Rrose appoggiò la borsa a terra. Tirò fuori la macchina, gli obbiettivi, i flash e lasciò tutto quanto accanto a se sul pavimento.
Lo sbirro stava appoggiato alla parete, vicino ad una stampa, una riproduzione su carta pergamena di un quadro di Dalì. La fissò per un attimo, incuriosita ed il milite girò la testa, imbarazzato, arrossendo un po'.
Il corpo pendeva.
Appeso.
L'angelo architettonico di Millet.
In ginocchio Rrose pensò alla luce, alle veneziane chiuse. Tirò fuori entrambi i flash.
Il bastardo non si era risparmiato.
Carne e muscoli esposti. Non un centimetro, un secondo di sofferenza risparmiata.
Il sangue brillava come caramello sulla carne sottostante, cristallizzato come un ricordo, una guaina di vita fuggita. Non le aveva risparmiato un centimetro di sofferenza, l'aveva scuoiata viva.
L'espressione di stupore che le era rimasta impressa sugli zigomi vivi non faceva che confermare quella sua diagnosi da dilettante. Il terrore che provava anche solo ad avvicinarsi a quel macello ne era la conferma.
Chiese di aprire le finestre allo sbirro immobile, ancora stampato alla parete, come un immobile angelo architettonico, ma questo, scuotendo il capo berrettato le rispose che in nessun modo poteva contaminare la scena del crimine.
Rrose fece spalluccia e ricominciò ad ignorare il poliziotto inutile.
Doveva essere stata una bellissima donna. Le girò intorno.
Flash! Poi un altro ed un altro flash ancora.
Non aveva bisogno d'istruire la sua modella perchè nella sua morte era già perfetta.
I muscoli tesi.
Appesi.
Contorno sovraesposto nel perfetto contrasto della morte.
Flash!
La gravità le distendeva i muscoli ancora non del tutto contratti dal rigor mortis le definiva una figura aggraziata, nobile, zigomi affilati e la mascella forte e muscolosa di chi sa quello che vuole.
Flash!
Un'altra immagine finì nella galleria degli orrori di Rrose mentre la meccanica scattava insensibile.
S'alzò dal ginocchio indolenzito.
L'imbeccata di suo padre, come sempre, era stata corretta.
Avrebbe mandato qualche e-mail, parlato con qualche amico, messo la pulce all'orecchio a qualche giornalista. Le avrebbe vendute bene quelle foto.
Si buttò le borse in spalla e salutando pigramente s'incamminò verso la porta.
Si appuntò il nome Luise Salomon sulla moleskine.
Fu di nuovo sul pianerottolo squallido. Zerbini di paglia intrecciata e scritte di benvenuto scolorito.
Vicino allo stipite della porta c'era un mucchietto di peli scuri, setolosi. Peli di bestia, forse di cane.
Senza pensarci prese un fazzoletto e li raccolse facendoli sparire in una delle tasche dell'impermeabile lungo.
Fu fuori. Fuori da quelle mura prefabbricate. Il vento in faccia era piacevolmente fresco, la rinvigoriva mentre le sbatteva in faccia.
S'infilò le mani in tasca e s'incamminò, la borsa a tracolla, in questa primavera stanca, che non arriva mai.
sabato 13 marzo 2010
Ricreativo: Allah, qui, la!
Raccolti intorno a spauracchi verdi
giocano i bambini
le donne che li accompagnano come ad un campo estivo,
con le cartelle indosso.
Schiamazzano coi petardi
ridono e non si spostano
più forti: non si nascondono
sotto al nido insicuro dell'aquila d'acciaio.
Gli aguzzini esitano perplessi
hanno sguardo di vacca e voce inconsistente,
aspettano il comando che al tempo stesso temono:
oppressori coscritti
incapaci
non liberi.
Ed intanto ballano i bambini intorno agli spauracchi verdi
sorridono le donne guardando la loro carne
giocare con i demoni,
ridono e danzano, si fan beffe
dell'aquila d'acciaio pesa e tronfia,
gli occhi arrossati di sabbia.
Ridono e danzano, se ne fan beffe:
quant'è ridicola, inutile,
un'aquila che non vola!
( Libano, 30/11/2005)
giocano i bambini
le donne che li accompagnano come ad un campo estivo,
con le cartelle indosso.
Schiamazzano coi petardi
ridono e non si spostano
più forti: non si nascondono
sotto al nido insicuro dell'aquila d'acciaio.
Gli aguzzini esitano perplessi
hanno sguardo di vacca e voce inconsistente,
aspettano il comando che al tempo stesso temono:
oppressori coscritti
incapaci
non liberi.
Ed intanto ballano i bambini intorno agli spauracchi verdi
sorridono le donne guardando la loro carne
giocare con i demoni,
ridono e danzano, si fan beffe
dell'aquila d'acciaio pesa e tronfia,
gli occhi arrossati di sabbia.
Ridono e danzano, se ne fan beffe:
quant'è ridicola, inutile,
un'aquila che non vola!
( Libano, 30/11/2005)
CANI - Romanzo a puntate. #1.2 Prima luna (svezzato) + #1.3 Primo sangue (Lu)
1.2 Prima luna ( svezzato)
Uno spazio abissale divide il cielo scuro dall’asfalto srotolato stesomi in fronte,
come un deserto fiorito di sporadiche macchine, la guida di un lampione grande come
una stella esplosa che illumina lo scheletro esposto di una panchina di legno arenata,
in secca, tra il marciapiede di cemento ed il prato canuto d’erba, in tempesta,
s’infrange su imponenti scogli di merda di cane: tra essi la luce è una stella polare.
Percepisco il silenzio imperfetto dai miei passi. Accompagnato dal sussurrato
mormorare di una macchina fumosa, ferma nell’ombra di un albero che non serve a niente.
Un riflesso scuro di femmina s’ inarca nell’atto di godere, l’eco di un sì sussurrato
rimbalza tra i vetri ovattati dell’auto ed il palazzo di fronte: le strade senza amore
diventano un’alba che dipinge il paesaggio.
Stronzi di cane. Un sostantivo.
Il sedile di pelle è freddo. La musica, piano comincia a prendere la forma dei tuoi
capelli scossi dal capo, mia Dea.
Ogni dolore è un dono, parla piano o sveglieranno Belzebù!
Rido e stringo l’elsa fredda dei miei denti nella stretta di un palmo d’impazienza,
l’azzurro tagliente della lama sotto le dita curiose e senza vergogna, pregustanti
sangue, orgasmo e prima e più dolce preghiera.
Ed ogni passo mi porta più vicino alla verità che mai mi riuscì di spiegare.
Mentre tu ridi e balli in casa, un bicchiere di vino in mano, la sigaretta sbilenca
in bocca, ti siedi sul letto e scrivi qualcosa su di un libricino con la costola nera,
appoggiato aperto sulle lenzuola disfatte..
Sii buono e maria la Vergine bacerà la tua virtù!
Lascio la forma delle mie impronte digitali sul legno tirato, ancora caldo. Cerchi
concentrici che spiegano una vita,un I-CHING digitale. Pronuncio il nome della
Dea tre volte. Poi cinque. Poi dieci.
Ho le risposte che placano il dolore mentre esco dalla finestra infranta. Riposte
mentre m’alzo dalla panchina, al cospetto del giorno.
Risposte urlate da una chitarra distorta mentre il motore ringhia costretto dal
cofano chiuso, prima d’essere placato dalla frizione.
Esco con il giorno che sorge ancora dal parcheggio.
Verrà il Signore, Signore di pace. Signore di pace.
1.3 Primo sangue (Lu)
S’insinua la luce tra le persiane strette. Come una prima luce.
- Lu?
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