lunedì 12 aprile 2010

CANI - Romanzo a Puntate.


#1.4 Rrose Selavy

Mano a mano che si avvicinava alle case popolari, passo dopo passo, sentiva il terreno sempre più scivoloso sotto i piedi, come se l'intonaco sbreccato e sfarinato dagli anni si fosse depositato  in una uniforme patina scivolosa.
Arrivò fino all'androne del palazzo.
Una mostruosa maschera azteca di nomi e cognomi stava come una stele accanto all'ingresso che si affacciava su di un cortile interno, imberbe d'erba, rada e ingiallita. Non c'era nessuno con cui non incrociare lo sguardo e dopo essere rimasta un momento a non osservare quel triste prato, la figura esile con il cappotto lungo s'incamminò su per le scale.
Il padre di Rrose era un procuratore. Un uomo d'altri tempi, la fronte alta e socratica, il naso fine e dritto e due occhi azzurri come il ghiaccio, paralizzanti. Era un uomo potente ed influente e, dopo un primo momento di contrarietà verso le aspirazioni artistiche della figlia, così distanti dalla sua visione da legislatore. Non esitò mai a scomodare amicizie e confratevolina,   pescati fra le sue innumerevoli conoscienze per fargli avere la soffiata buona, l'indirizzo giusto dove andare, e sempre nuovo materiale per la carriera di fotografa free-lance della figlia.
Quella mattina l'aveva chiamata verso le nove e trenta. Sembrava ancora assonnato e si sentiva che stava tirando avidamente il filtro di una marlboro, seduto sulla sua preziosa poltrona in stile “nuovo impero”. Le disse di prendere carta e penna perchè un amico della polizia gli aveva dato un indirizzo. Nessuna possibilità di replica.
Se doveva essere una fotografa, sarebbe stata la migliore. Questo pensava papà, lo sapeva, e lei non chiedeva di meglio.
Quattro piani di scale, senza ascensore.
La prima porta del pianerottolo.
I cardini pendevano monchi e furono testimoni del suo ingresso nell'appartamento mentre lei passava oltre l'ingresso spalancato.
Dentro solo il rumore ossessionato di un frigorifero contro il soffitto basso e di tacchi battuti irrequietentemente di uno sbirro di guardia.
Il corpo pendeva.
Appeso.
L'appuntato mormorava, come una nenia, un chi può averlo fatto e non credevo, gli mettessi le mani addosso e figlio di puttana. Il militare non era che un ragazzetto, uno sbarbatello che stava discutendo con se stesso indirettamente, per darsi coraggio.
Quando vide entrare Rrose, l'impermeabile nero e bagnato, i capelli pesi d'acqua, si limitò a fargli nervosamente un cenno con il capo, pensando probabilmente che facesse parte della scientifica, non gli chiese un documento di riconoscimento né alcun chè.
Il corpo pedeva.
Appeso.
La catena fine, fissata con un moschettone al lampadario, non oscillava, ma sosteneva quel corpo incarnato sopra la sua immagine riflessa da un tavolino basso, con il ripiano superiore di vetro, dal quale una pozza di sangue non ancora del tutto coagulato, s'alimentava della ferita netta, fredda, con cui l'omicida graziò quel corpo straziato.
Una linea sottile e dritta, lungo la gola bianca.
Un sorriso d'acciaio perfetto che le cingeva il collo, ornato di lacrime ambrate, le ultime versate da quel corpo condannato.
Rrose appoggiò la borsa a terra. Tirò fuori la macchina, gli obbiettivi, i flash e lasciò tutto quanto accanto a se sul pavimento.
Lo sbirro stava appoggiato alla parete, vicino ad una stampa, una riproduzione su carta pergamena di un quadro di Dalì. La fissò per un attimo, incuriosita ed il milite girò la testa, imbarazzato, arrossendo un po'.
Il corpo pendeva.
Appeso.
L'angelo architettonico di Millet.
In ginocchio Rrose pensò alla luce, alle veneziane chiuse. Tirò fuori entrambi i flash.
Il bastardo non si era risparmiato.
Carne e muscoli esposti. Non un centimetro, un secondo di sofferenza risparmiata.
Il sangue brillava come caramello sulla carne sottostante, cristallizzato come un ricordo, una guaina di vita fuggita. Non le aveva risparmiato un centimetro di sofferenza, l'aveva scuoiata viva.
L'espressione di stupore che le era rimasta impressa sugli zigomi vivi non faceva che confermare quella sua diagnosi da dilettante. Il terrore che provava anche solo ad avvicinarsi a quel macello ne era la conferma.
Chiese di aprire le finestre allo sbirro immobile, ancora stampato alla parete, come un immobile angelo architettonico, ma questo, scuotendo il capo berrettato le rispose che in nessun modo poteva contaminare la scena del crimine.
Rrose fece spalluccia e ricominciò ad ignorare il poliziotto inutile.
Doveva essere stata una bellissima donna. Le girò intorno.
Flash! Poi un altro ed un altro flash ancora.
Non aveva bisogno d'istruire la sua modella perchè nella sua morte era già perfetta.
I muscoli tesi.
Appesi.
Contorno sovraesposto nel perfetto contrasto della morte.
Flash!
La gravità le distendeva i muscoli ancora non del tutto contratti dal rigor mortis le definiva una figura aggraziata, nobile, zigomi affilati e la mascella forte e muscolosa di chi sa quello che vuole.
Flash!
Un'altra immagine finì nella galleria degli orrori di Rrose mentre la meccanica scattava insensibile.
S'alzò dal ginocchio indolenzito.
L'imbeccata di suo padre, come sempre, era stata corretta.
Avrebbe mandato qualche e-mail, parlato con qualche amico, messo la pulce all'orecchio a qualche giornalista. Le avrebbe vendute bene quelle foto.
Si buttò le borse in spalla e salutando pigramente s'incamminò verso la porta.
Si appuntò il nome Luise Salomon sulla moleskine.
Fu di nuovo sul pianerottolo squallido. Zerbini di paglia intrecciata e scritte di benvenuto scolorito.
Vicino allo stipite della porta c'era un mucchietto di peli scuri, setolosi. Peli di bestia, forse di cane.
Senza pensarci prese un fazzoletto e li raccolse facendoli sparire in una delle tasche dell'impermeabile lungo.
Fu fuori. Fuori da quelle mura prefabbricate. Il vento in faccia era piacevolmente fresco, la rinvigoriva mentre le sbatteva in faccia.
S'infilò le mani in tasca e s'incamminò, la borsa a tracolla, in questa primavera stanca, che non arriva mai.

sabato 13 marzo 2010

Ricreativo: Allah, qui, la!

Raccolti intorno a spauracchi verdi
giocano i bambini
le donne che li accompagnano come ad un campo estivo,
con le cartelle indosso.
Schiamazzano coi petardi
ridono e non si spostano
più forti: non si nascondono
sotto al nido insicuro dell'aquila d'acciaio.

Gli aguzzini esitano perplessi
hanno sguardo di vacca e voce inconsistente,
aspettano il comando che al tempo stesso temono:
oppressori coscritti
incapaci
non liberi.

Ed intanto ballano i bambini intorno agli spauracchi verdi
sorridono le donne guardando la loro carne
giocare con i demoni,
ridono e danzano, si fan beffe
dell'aquila d'acciaio pesa e tronfia,
gli occhi arrossati di sabbia.

Ridono e danzano, se ne fan beffe:
quant'è ridicola, inutile,
un'aquila che non vola!

( Libano, 30/11/2005)

CANI - Romanzo a puntate. #1.2 Prima luna (svezzato) + #1.3 Primo sangue (Lu)


1.2 Prima luna ( svezzato)

Uno spazio abissale divide il cielo scuro dall’asfalto srotolato stesomi in fronte,
come un deserto fiorito di sporadiche macchine, la guida di un lampione grande come
una stella esplosa che illumina lo scheletro esposto di una panchina di legno arenata,
in secca, tra il marciapiede di cemento ed il prato canuto d’erba, in tempesta,
s’infrange su imponenti scogli di merda di cane: tra essi la luce è una stella polare.
Percepisco il silenzio imperfetto dai miei passi. Accompagnato dal sussurrato
mormorare di una macchina fumosa, ferma nell’ombra di un albero che non serve a niente.
Un riflesso scuro  di femmina s’ inarca nell’atto di godere, l’eco di un sì sussurrato
rimbalza tra i vetri ovattati dell’auto ed il  palazzo di fronte: le strade senza amore
diventano un’alba che dipinge il paesaggio.
Stronzi di cane. Un sostantivo.
Il sedile di pelle è freddo. La musica, piano comincia a prendere la forma dei tuoi
capelli scossi dal capo, mia Dea.
Ogni dolore è un dono, parla piano o sveglieranno Belzebù!
Rido e stringo l’elsa fredda dei miei denti nella stretta di un palmo d’impazienza,
l’azzurro tagliente della lama sotto le dita curiose e senza vergogna, pregustanti
sangue, orgasmo e prima e più dolce preghiera.
Ed ogni passo mi porta più vicino alla verità che mai mi riuscì di spiegare.
Mentre tu ridi e balli in casa, un bicchiere di vino in mano, la sigaretta sbilenca
in bocca, ti siedi sul letto e scrivi qualcosa su di un libricino con la costola nera,
appoggiato aperto sulle lenzuola disfatte..
Sii buono e maria la Vergine bacerà la tua virtù!
Lascio la forma delle mie impronte digitali sul legno tirato, ancora caldo. Cerchi
concentrici che spiegano una vita,un I-CHING digitale. Pronuncio il nome della
Dea tre volte. Poi cinque. Poi dieci.
Ho le risposte che placano il dolore mentre esco dalla finestra infranta. Riposte
mentre m’alzo dalla panchina, al cospetto del giorno.
Risposte urlate da una chitarra distorta mentre il motore ringhia  costretto dal
cofano chiuso, prima d’essere placato dalla frizione.
Esco con il giorno che sorge ancora dal parcheggio.
Verrà il Signore, Signore di pace. Signore di pace.

1.3 Primo sangue (Lu)
  
S’insinua la luce tra le persiane strette. Come una prima luce.
-    Lu?

lunedì 22 febbraio 2010

CANI - Romanzo a puntate. Prologo + #1 Ulularti


PROLOGO



Pelle della giacca bagnata. L’aria che fende la notte è così fredda che fa male respirare.
L’alcol in corpo ha lasciato nella macchina gli ultimi barlumi sbilenchi della mia attenzione.
Un passo e un altro passo. D’avanti l’altro il piede ed un altro passo verso il bancone bianco.
Scintillante di luce fissa e gialla, sopra. Briciole e sale delle noccioline.
Tre Negroni. Fuori da questo buco nella via sgombra, pioggia. Ho ancora la sigaretta in bocca.
Fuori da questo buco. Il silenzio. Taglia più del vento. Adesso. Tacchi, punte lucide di stivali.
La folata di profumo mi stringe la bocca della stomaco. Una straordinaria giornata di pura follia
chimica mi erompe dalla bocca imbrattando quei bellissimi piedi e cado. Rido e mi piscio sotto.
Rido anche quando sento arrivare la botta allo stomaco. Sempre più divertito m’alzo e niente
può contenere l’eruttante rigurgito che sprigiono come un putto indemoniato sulla scintillante
divisa bianca. Intanto il collega con il fido raddrizza schiene m’impartisce la lezione del prete.
Penitente, smetto di ridere.


Sbirri di merda.



#1 ULULARTI

#1.1 Lu

Insomma mi stai dicendo che li vuoi denunciare?

No, ti sto spiegando che voglio l’indirizzo di quella troia che m'ha fracassato le costole.
Lo dico giocherellando con un limone. Me l’appoggio sulla fronte e faccio il verso della foca.

Non mi lascia nemmeno finire il mio numero. È in salotto e telefona. Dalla finestra della
cucina due occhi spiritati e folli mi fissano. Sorrido e quel che ne vien fuori non è
decisamente quello che mi aspettavo. Potresti dirmi dove trovare qualcosa da bere piuttosto
di blaterare con quella testa di cazzo di un avvocato che sai anche te che non ci
capisce una sega? Mentre un per niente interessante piano che ti sente proviene da lontano
trovo quello che cercavo: Vodka. Mi siedo e tracanno.

Questa zoccola sta facendo lo spettacolino della preoccupata e della dispiaciuta. In pratica
sta estorcendo un po’ di tempo da dedicare al mio bel cazzone. E quel coglione si preoccuperà e
sviolinerà la solita logorrea di consigli e di stai tranquilla che ci penso io.
Niente di meglio. Io intanto ho tutto il tempo di preparare lo spettacolino. Accendo il fornello,
scelgo un piatto e apparecchio. La vodka comincia a farmi stare un po’ meglio.
Sento che già mi tira.

La trattativa dura una decina di minuti. Ho il tempo di dare uno sguardo in giro per la cucina
e di trovare un foglio da cinquanta in un’agendina appoggiata su di una mensola, vicino ad
alcuni libri di cucina ed una lavagnetta con scritto: spinaci, corn flakes e assorbenti.

Quindici minuti per prendere il volo ancora un po’ e poi mi butta sulla sedia, al centro della
cucina, si toglie i jeans, le mutandine e mi spinge contro la faccia il suo cespuglio nero e
ispido. Se vuoi le tue informazioni guadagnatele, e da un colpo con i fianchi in avanti, tanto
che l’odore del suo sesso già caldo e profumato mi fa incazzare e mi riempie i pantaloni di
carne fremente, pulsante. Come un nervo teso mi alzo e le ficco il medio dentro.
Forzo con il pugno e lei con un gridolino si lascia sollevare fino a sbattere la schiena nel muro.
La vagina aperta come un delizioso sorriso. Fatto come sono sto quasi per ridacchiare, ma quando lei,
seria, me lo afferra alla base dicendomi coraggio ficcamelo dentro, non ci penso due volte.

Le vengo in faccia, a lei piace, ed anche a me. Poi mi siedo e prendo una bella sorsata dalla
bottiglia ancora aperta. Sento lo scorrere dell’acqua in bagno e lo strascichio di ciabattine da
casa sul pavimento. Quando torna ha un foglietto in mano ed una sigaretta sbieca in bocca.
Tieni te lo sei meritato, mi dice, l’appallottola e me lo tira. È bella. Un po’ magra forse,
ma quelle deliziose scapole le danno un’andatura dinoccolata e sensuale, e quegli occhi gelidi e
grandi uno sguardo attento e a volte dolce. Mi sta guardando come si guarda un autistico, indica
la porta, mi dice: smamma Billy the Kid, Thomas sta per tornare e tu hai ottenuto quello che volevi, mi pare.

Esco con un bacia mano galante, salutato da un vaffanculo e un non fare cazzate ancora più inutile.
Anche stasera l’aria è fredda. Ma non arriva mai sta cazzo di primavera?

domenica 14 febbraio 2010

di Circe

Ulisse Fragile

Resta mondo nei miei occhi stanchi
perchè stasera c'è vino rosso
denso
come sangue.

Illudendomi di poter rispondere
seduto solo in questo spazio di silenzio e acqua
un lucido vecchio
scelgo il nome adatto.


L'inchiostro nelle vene, siringa senza peso
contrasto bianco e una fotografia nel tempo
gridano di sette miracoli che se ci penso piango.


Un negativo d'ascolto.
Mare e moto e calore.
Diacronico disincanto.


Santa che sfugge se in ombra
nel niente dimentica del tempo passato
le parole che ho dento, canòpi pieni all'orlo
mai basteranno al fuggirmi questa malinconia.


Solo per il Libro delle Risposte a tutto, rimango.

sabato 6 febbraio 2010

tutti scrivono tutto

amo scrivere. amo scrivere perchè amo il pensiero. amo il pensiero perchè amo le idee. amo le idee perchè amo i mondi ed amo le storie. l'uomo cresce attraverso la cumunicazione, attraverso la condivisione delle proprie disfatte e delle proprie insicurezze. attraverso i sogni, veicolati in metafore, la decodifica del segno. l'impronta unica, l'ultima verità che rende chi siamo attraverso un mezzo che non fa distinzioni di razza, d'educazione, né di lingua o religione.
se potessimo curiosare in tutti i cassetti appartenenti alla nostra povera, piccola e bestiale razza, troveremmo un tesoro fatto di poesia, di storie e di mondi. finalmente saremo forse in grado di decodificarci, estrarre il divino dalla pochezza che il tempo ci permette di sfruttare, dimenticarci del brutto concetto d'immortalità che preti, materialisti, signori della morale e degli anelli, i buoni e le loro masse di tuttotenenti e nullimmagino, forse anche di creare una felicità.


avete fatto caso che in fondo a questo mucchio di sciocchezze si trova questo simbolo?








si chiama Common Contents


e vuol dire che potete fare quello che vi pare di quello che scrivo se proprio ne avete voglia, basta che citiate la fonte. ed io non vi denuncerò!
fu nell'800 che un certo Signor James Watt - quello dei cavalli vapore per intenderci - inventò una macchina che, nella sua evoluzione, avremmo poi chiamato fotocopiatrice. era un momento importante. dopo il ciclostile la tecnica rubava alla mente l'unicità del suo prodotto. una specie di rivoluzione industriale del pensiero. poi sono cresciuti sempre di più il mercato, il capitalismo, i bisogni ed altre simili barbarie. poi, la proprietà intellettuale, il copyright.
non esiste crescita senza condivisione, educazione senza comunicazione, creazione senza cooperazione.
non riesco a smettere di pensare ai dada ed ai cadavrexquis, al collettivo dei wu-ming e a coloro che vedono nell'arte del divenire la vera evoluzione di una mente collettiva, più grande e divina del singolo, da troppo ferma nel pantano della vanità ( perchè no? condiviamola questa vanità, sarò sicuramente più divertente).
non posso fare a meno di girovagando per blog, in questo mare senza Nord che è la rete. a volte capita di imbattersi in qualcosa che, davvero, non aspettavi. non credo che la Scrittura Industriale Collettiva sia un caso, una derivata del web 2.0, ma il segno di un cambiamento: personale, sociale.
l'idea è quella del fordismo (non ve lo linko, sbattetevene), della catena di montaggio, delle produzioni cinematografiche: in pratica è un moloc che si nutre della carne dei tanti e forse crescendo si mangerà gli avanzi rancidi di questa sghemba realtà editoriale.
a voi la curiosità, non ditemi poi che ho taciuto. qua c'è pure un manuale, il resto è da immaginare e far crescere. insieme.

giovedì 4 febbraio 2010

dell'arte m'importa una sega

parlare di arte è sempre difficile, perchè facendolo si scomoda il concetto stesso di esistenza; inevitabilmente ci si affaccia oltre le ripe scoscese della visione comune, oltre quel muro sottile di cui hanno cantato i Floyd, oltre il quale, saltando nel vuoto, hanno perso vita e la ragione mentale tanti e tanti grandi uomini e donne che furono. vivere il salto non è soltanto più arduo, ma definitivo, implica una scelta d'entusiasmo ( dal greco antico enthusiasmòs, formato da en (in) con theos (dio). Letteralmente si potrebbe tradurre con "con Dio dentro di sé", o "indiamento", "invasamento divino"), il più grande dei sacrifici: perdersi.

quante volte avete parlato del significato di questa parola? io ne ho parlato al bar e a letto, ho litigato a Valencia sul bancone di un pub, me lo sono chiesto di fronte allo specchio guardandomi nel mio cubismo d'animale, l'ho chiesto ad uno stregone malato a praga e come risposta ne ho ricevuto solamente una piuma, persa,nella Moldava. l'ho chiesto al mio cuore morente, in un letto d'ospedale, e ne ho ricevuto solamente silenzio.

e ci penso ancora, non posso fare a meno di pensare ad un gruppo di Rostov sul Don che, nel 1920, pubblicò un manifesto che suonava così:

Manifesto del nullismo

Non scrivete nulla
Non leggete nulla
Non dite nulla
Non stampate nulla

e nel 1920, a Rostov sul Don, tutti i poeti erano nullisti.
adesso, semplicemente, non ci penso più. la risposta verrà da sola, mentre do l'acqua ai fiori, magari, oppure che ho una mezza fetta di torta in bocca, o la saliva di un bacio appena dato.
concludo citando i CSI

Eonica soap opera puntate quotidiane
Assegnate le parti corrono le comparse
Mimporta 'nasega sai
Ma fatta bene che non si sa mai
Mimporta 'nasega sai
Ma fatta bene che non si sa mai

perchè in qualche modo mi permettono di introdurre questo poco politicamente corretto pezzo, che non sarà mai un Haiku e che naque ascoltando i NOFX (ma non c'entra niente).
Firenze crepita in fiamme mentr'urlo sovrastandone il silenzio addormentato
MICA
DORMONO
MORDONO
ATTIMI

lunedì 1 febbraio 2010

la nuova carne e la cattiva politica

troppo spesso cadiamo nell'errore di crogiolarci in quel piacevole senso bianco che ci condanna, atavicamente, a relegarci come centro di un mondo. esseri in bilico sulla sottile linea che separa il reale biologico, schiavi, pressati, giudicati, indicati, e l'endemica sensazione di un mondo "altro". per alcuni una sensazione che ha il peso di un sospiro: per altri una condanna all'irrequietezza e all'insicurezza, senza soluzione né giustificazione possibile.
un postulato della psicologia sperimentale, recita: "l'allucinazione non è altro che lo scivolamento (lento o progressivo) da una realtà registrata dai sensi a un'interpretazione".
le percezioni a cui siamo soggetti ci impongono delle scelte che nella maggior parte dei casi non siamo in grado di affrontare. da una parte la giusta visione programmatica di un futuro a cui difficilmente possiamo dare un senso, dall'altra la pressante condanna che viene dall'umana esistenza. Partecipare o morire.
personalmente penso troppo spesso a Burroughs ed alla Nuova Carne: "Non esiste realtà vera o Reale" diceva il Prete, "non esiste Reale senza che Uomo lo sogni, il resto è cattiva politica" dico io e, in qualche modo, mi piace pensare che saremmo stati d'accordo.


Esita letizia

Sotto l’ombra di un nastro giallo
nascosti insetti d’argento
respinti dalle luci
vibrano ai respiri bassi delle lucertole nascoste,
fino al sole.

Restano indietro solo colori che avevo già tenuto
con in mano un cappello d’aria.
Gli uccelli non volano mai
con la pancia al cielo.

Stretto, non arreso
domo di un comodo conforto conosciuto
non sarà la stessa strada,
non io lo stesso uomo.

L’amore per la mia passione più triste
non cambierà le tue decisioni né il tuo dolore
né giacerò su questa stuoia di seta
come una troia insonne
né l’erba crescerà dalle mie carni
senza radici d’inumana essenza.

Non resteranno quindi che i sapori da lingua a bocca
l’azzurro elettrico, l’abbacinante giallo.
Srotolato come un tessuto
da oriente nasce un altro dolcissimo perdono.
Solo un bacio sussurrato sulla pelle, ancora.

mercoledì 2 settembre 2009

Premessa ( o il risveglio del primo uomo)

Anni passano sulla terra sacra
piedi nudi
muli, cavalli e carovane.
Anime dannate e anime perdonate
folle e voci, cariche e commosse
uomini e donne , uomini santi e promesse
insieme voti e sussurri.
Verso il sole morto
attraverso la terra rossa
insieme al sudore
mentre ragliano le bestie.

Verranno i profeti!

Vengano i predestinati.

L’ora della promessa passa insieme al sudore
cola
si scioglie dall’eremo dov’era accasata
sicurezza e protezione.
Comodo.
Futuro che diventa avanzi per la bestia che sbrana il mondo.

Avanti!

Avanti!

È socialismo per bastardi.
Uomini a pezzi o greppia
a cui nutrire i vostri porci.
Condanna e cibo per tanti
pensiero che li abbevera e non scusa
presenti, e tutti.
Merce, spot alla fine del primo tempo
mentre chiamano alzano le mani
urlano saltano sgomitano
si fanno spazio a calci e pugni
nella ressa
simile
ripetuto
ritornato
invoca.

Male la voce che sale
odio dalle grida che chiamano.
Replica.
Tutto torna.
Tace il destino.
L’anima del mondo brucia sotto al fosforo che cade
deposto dalle giacche stirate,
da uomini stanchi
tremuli, incarnano il non-essere.
Ama e regna e decide
sceglie e condanna.

Re Nudo.

Aquila.

Non essere, tutto.
Volontà come acciaio esposto
nervo terrigno della vergogna che generasti
dalle urla della femmina e femmina
è genere come il bianco sfuma dalla luce
vede i simboli l’eletto.
Codifica. Stop. Linea. Stop. Punto. Stop. Linea. Stop.

Da solo.
Implica e non nuoce.

Se.

Sé.

Mi espongo attraverso il sangue
cola dalle vertebre
complicato, in codice
rumoroso essere.

Non!

Sé!

Vede e implora.
Uomo in macchina come
scatola di morte come
condanna a morte come.
Lirico l’insulso genera:

PRELEVA

dal caos l’immemore
feto impuro, viscido
non-pensiero
non-giudizio
essente al senso convoca
la corte piacente.

Morte lo saluta
Disprezzo inchina
Dolore s’erge nel mantello orlato
miete Orgoglio le sue messi d’oro
Rumore s’inchina a
Silenzio immoto principe
Disperazione spezza
Tempo ancora assiste
e intanto tutto scorre.
Sorge sole al fondo
illumina in vita
crea l’ombra e tutto riprende.
Incarnato un grido
pietà strazia.
Non eletto Caino aspetta.

mercoledì 29 luglio 2009

Grana di cane

come un quadro ad odio
come un'ancora l'immagine è vergogna,
un ultimo riflesso prima di andare
primo solo l'ultimo sguardo. come una
verità corrotta
s'arresta immobile mentre
un latrato fende l'aria.

sostanza resa

occhio impresso
un morbido percorso inverso.
irride, fuori, l'iride e l'ombra contratta
con il giorno torno
in carne.

resto ansioso

vedo l'intimo
subìto amplesso
chioma folta d'eroe
zigomi alti.

un "diventa niente"

in un cielo scuro:
- cagna 'u munno che trovai -
perchè piangendo perdevo la libertà.