sabato 17 giugno 2017

Le fiamme di San Giovanni



"Io non so se le particelle piriche del mio 
disagio fanno una miccia che incendia."

Mariangela Gualtieri
tratto da "Per non sapere dove siamo"


E' strappata e tesa, per quanto possa negarlo.
L'impressione di quando torni alla veglia dal sogno, e di soprassalto.
Cintura di sicurezza, si tende, di colpo che ti sfila la gravità come un calzino, dal basso la spina dorsale fino agli occhi.
(che chiudi)
Quella che è strappata e tesa è la realtà, il tempo ne è tessuto, intrico, una maglia capillare e organica.
Tesa.
Vero, e per frizione, come slabbrando l'atmosfera:
non facciamo che precipitare!
Voi!
E
l'eco delle voci
voi, niente che scia
niente altro che i relitti in fiamme di una cometa.
Voi!
stringetevi l'uno con l'altro
sarà presto l'ora del grande impatto.

Il plesso, come un guscio di noce.
Niente tiene, mentre semplicemente la pressione delle ossa, cede, si spezza tutto come è normale e vita, crolla ogni struttura.
Certo il perdersi. Certo il penetrarsi. Certo è il torcersi, quanto lo è urlare.

Ogni attimo di caduta libera
illumina il cosmo sconsiderato
di fiammeggianti martiri,
precipita ogni epoca
cancella vendetta. Odio. Amore.

E' lontano. Terminato
l'eco, non più voce.

La tela è il vetro,
si strappa
si infrange.

La mente come quella di un animale: adrenalina e DMT.
Voi!
E
come a San Giovanni
voi, tutti, con il muso al cielo.

venerdì 28 aprile 2017

Carta gialla capricci ( o, la caffettiera va' solo accesa)

Francisco de Goya y Lucientes, “Capricho No. 63 – Miren que grabes” (1799)

Per Francesca
per la faccia tosta 
di sbagliare ogni volta
mettendocela comunque, 
per  quel sottilissimo
dolce 
crescere e soffrire
(e vista la mia scimmiesca 
calligrafia da sbronzo).

Questo è il Goya
appendilo dove vuoi.

(Perché)Quello che conta davvero è il tempo
bisogna assumersi, assodarlo.
Quello che conta davvero è che adesso
ogni voce è il più prezioso dono.
Quello che conta davvero è adesso
che ogni voce sono.

La morte un'inespressa costante
per ogni attimo è l'Eternità Dorata
per ogni respiro un universo si espande.

Io sono la voce ed il tuo perplesso amore,
bisbiglio
oltre quella retta luce perfetta,
oltre lo sguardo più sicuro che ho
ben conosco la fraternità che lega, freme.

Mentre abbraccio ogni tuo muscolo contratto
ogni riflesso. Un quadro. Un orecchio.
Mio amore scusami.
Ne dipingerei il mondo e via da capo!

(Questo è il Goya
appendilo dove vuoi.)

lunedì 3 aprile 2017

Notte alla tana del grillo

Egon Schiele : Ragazza nuda accovacciata, la guancia inclinata sul ginocchio diritto, 1917.
Per N.
Odore di terra rossa alla base del collo
vicino alla tana del grillo,
di là dalla luna azzurra,
seguii
la linea tirata a china del cammino eterno,
un picco di montagna carezzato a boschi,
che fianco a muso del tuo compagno Coda di Stella,
l'ombra del mio frondoso braccio
hai cercato, scelto e letto
con labbra socchiuse
e denti, non guardie bianche ma pronte al morso.

Dalla notte rottofiato
alle sponde di questo fiume ventoso e grasso di sole,
ti sei seduta baciandomi il corpo:
canto di pace e strada
musica zingara, premessa a pace,
eterno è il suono
una dorata impresa,
deliziosa carne e primamante.

Sei rimasta o t'ho raggiunta:
la pelle sulla pelle
in te, come quando rinasco:
canto di pace, di cielo, di laguna
musica è fiato d'amante,
ogni gesto, ogni cielo e ogni fortuna
ogni gesto sacro come una promessa fatta.

Un segno
che chiede in piedi, il gusto
che manca d'averti, il gesto,
odore di terra rossa:
per ogni linea tirata a china
per ogni storia, sorella, ogni dolcezza.

Perché è il destino a mischiarci
quanto l'unica impresa averci ancora.

sabato 18 febbraio 2017

Canzone per Marie

Hopper -  Summer interior (1909) 


Marie lui è tornato e tu sei di nuovo in ombra
che non parla, afferma,
mangiandosi le parole si sciacqua nella bottiglia

e ricomincia come un fiume che parla d'Europa

e giganteschi discorsi di poesia

e senso A e senso B
e faccia A e faccia B, stesa sul tavolo
prima respira l'amaro che gli frusta i muscoli
nel ghigno tirato che gli avevi visto riflesso nel fuoco

La rabbia Marie! diavolo silenziato
nel sedile di dietro del taxi,

che aveva in volto
che ha mentre ti colpisce
forte
dritto contro il plesso

C'EST MOI L'ARTISTE!

Il blue esplode
le ossa che cedono alla passione delle carezze
di un uomo
che non mangerà la zuppa fredda

perchè

lui

è il Re.

E non scriverà mai più, Marie
quelle stronzate da gente piccola e critica,
mentr'urla,

che ti lasciava sul cuscino quando non dormiva
la notte, Marie
che non tornerà più.

La storia che quelle povere mani raccontano
(ti uccide Marie)

Perché fra quella gente la, Marie,
non si vive, Marie.
(on triche)

dedicato a Marie Trintignant

mercoledì 1 febbraio 2017

FFF

Philip K. Dick

Per ogni porta chiusa ed i suoi supposti futuri fantastici
serve un nodoso piede di porco dell'anima
un'instabile, fradicia, dinamite cosmica.
6,4 tonnellate di plutonio-239
innescati da una bomba grande quanto il satellite di un pianeta gassoso (a caso).
Quando esploderà, l'Universo,
prima di collassare, si fermerà 3 secondi,
quasi in imbarazzo,
tipo il coyote prima di fischià di sotto.
Fottuto Futuro Fantastico.

sabato 28 gennaio 2017

Toulouse

Henry del Toulouse-Lautrec - La toilette

Toulouse aveva un amore per ogni stanza
di quella grande calda casa in fondo al vicolo stretto,
ai ripidi scalini pestati
agli angoli umidi, alle finestre strette,
nelle soffitte scure, tra i riccioli d'ambra,
sottogni balcone nella notte a Mont-Martre.

Ogni carezza di quelle mani tozze e gonfie
ogni risata sgraziata del collo
ogni goccia di sborra urlata
riempie d'amore questi uomini soli.

Come un cristo deforme tra le meretrici luminose
sopra la città stellata
balla il nano e canta il nano
la sua preghiera di china
vergata su fogli gialli.

Prima che arrivino i ragni.
Prima che arrivino i ragni.

L'amico dai capelli biondi
in attesa del suo ritorno
fischia lungo la Senna, passeggia pensando al fratello.
Va e compra un litro d'assenzio
una stecca d'hashish ed un girasole fresco.

Per ogni carezza di quelle mani tozze e gonfie
per ogni risata sgraziata, tuonante del collo
in ogni goccia urlata di sborra
parla d'amore a noi uomini soli.

Scende come un cristo arrapato tra noi poveri uomini sordi
stufi di questa città stremata
raglia il nano e dipinge il nano
le sue donne vendute, le sue dolci amanti:
primo pensiero di ogni sua tenerezza.

Prima che arrivino i ragni.
Prima che arrivino i ragni.

Ed anche Toulouse aveva una madre
una matrona tuonante di piume di struzzo figlia di un generale
gerarca, nobile, di un futuro impossibile.
Generato dalla carne quanto tradito da essa,
amato tanto da scavalcare i monti
da l'alto della sua minuscola maestosità.

Non fece che amare, Toulouse,
una troia e la sua pelle di cannella,
stretto a lei sotto quel tetto così alto
abbracciato d'occhi verdi.

Ogni carezza di quelle mani tozze e gonfie
ogni risata sgraziata del collo
ogni goccia di sborra urlata insieme
riempie d'amore questo mondo arso d'invidia.

Come un cristo dolente urla
in alto sulla collina di questa città bruciata,
non balla il nano ma canta
le sue bestemmie di china vergata in fogli gialli.

Prima che arrivino i ragni.
Prima che arrivino i ragni.

(ispirato dal libro di Alessandro Barbero L'ultimo rosa di Lautrec)

domenica 22 gennaio 2017

Lisbona

opera di Duma Arantes qui pinterest

Ho tracciato ogni lettera d'amaro.
Non c'è che cenere intorno a questo letto sfatto, brandelli di carta e ricordi d'inchiostro.
La fiducia è un cane cieco. Sordo da un orecchio. L'olfatto compromesso dal pelo bagnato di strada.
Il più crudele dei disegni prende il posto di ogni bugia che provai a far diventare eterna.
La luce delle macchine inferocite in strada filtra dalle veneziane: per un momento riempie l'appartamento di mille insetti leggeri.
Muore zoppo l'ippogrifo e nessuna fata è sopravvissuta all'eccidio delle polveri. Solo cenere e resti di poesie bruciate.
Penso Lisbona, i piedi nell'oceano.
Azulei
- Azuleyos!
Sento il suo ventre che sfiora il mio, sedendosi su di me, mentre mi solletica con la sua fica rigogliosa accenno un sorriso nella sera tranciata.
Perle scure. Occhi che non ti specchiano. Ti annegano. Ti mandano sotto.
Al di la della malinconia di cui non restano che le macerie di un rimpianto. Parole violente. Frasi affilate come lame.
S'alza il vento facendo sbattere le persiane con l'entusiasmo elettrico che precede i temporali l'estate.
Come se la risposta si fosse vestita di un esile giustificazione per esistere.
Una volta di troppo. Probabilmente più di tre. Certamente tanto da non rendermene conto.
Si mette un dito in bocca. Si lascia scivolare giù, scivola. Sciogliendosi verso il mio membro duro e pulsante.
Alito di vaniglia dentro a labbra tumide.
E' stato amore?
Una comoda rinuncia a me stesso?
Perle scure che mi guardano e mentono.
Promettono consapevolezza ma non fanno che costruire una dannazione che mi sarà compagna. Spietata. Lucida.
Non degno, forse. Il ricordo si offusca nell'ombra, marcisce, non solo anima.
Tanto che urlo.
Non basta l'alcol. Non serve consolazione. Nessuna droga che mi liberi.
L'imposta della finestra cede alla pressione della tempesta illuminando la stanza buia di lampo.
M'illumino il volto. Contratto. Cosa resta?
Il sospiro dopo il coito che scarica a terra tensione, fiato, sangue e carne, pelle ch'era e non sarà che una leggenda raccontata da nessuno.
Rimango in silenzio mentre la pioggia mi batte in faccia.
Sa di ferro. Delusione e fredda masticanza.
La sigaretta bagnata.
Un bicchiere vuoto e solo i miei occhi azzurri.

giovedì 8 dicembre 2016

La nascita di Caino


"Guardate:
hanno di nuovo decapitato le stelle
e insanguinato il cielo come un mattatoio.

Ehi, voi!
Cielo!
Toglietevi il cappello!
Me ne vado!

Sordamente l'universo dorme,
poggiando sulla zampa
l'orecchio enorme con zecche di stelle."

Vladimir Vladimirovič Majakovskij - La nuvola in pantaloni

Strilli d'avvento.
Trombe rauche sopra i tetti degli uomini.
La carne rompe il sigillo oscuro che la relega a condanna
che per essere, sola s'impone.
Sopra i tetti degli uomini
s'odono strilli d'avvento.
Carne frequenza spirito
freme sotto le radici dei corpi proni
nelle lande interconnesse
tra luna
e il figlio bastardo della terra blu elettrico.
Trombe rauche svuota polmoni
infrangono il silenzio eliseo
dei lavoratori interinali.
Caino si smaschera.
Urla: chiama a raccolta i suoi figli.
In piedi sopra i tetti degli uomini
parla con i fantasmi
annuisce
col crine fulvo sposta banchi di smog ad ogni movimento del capo.
Sembra confortare il padre
con la mano destra aperta,
in verità, con la mano sinistra guida la lama crudele a tormentargli il costato.
Strilli a cavallo del vento battono le strade ignare.
Trombe rauche rispondono dai polmoni di silicio dei figli e delle figlie di Lilith,
prendendoli dal sonno:
perché urla e sogna:
perché urlano e sognano.
Euridice rimane sgomenta vedendo Orfeo girarsi per guardarla in faccia.
Strilli d'avvento.
Medea mastica con gusto e mastica
le membra dei propri figli.
Sorride adesso, gode insieme all'urlo rauco che spazza le strade degli uomini.
Ancora e ancora penetra l'acciaio nella carne del fratello più debole:
Caino si segna il petto
con il sangue
dei quattro nomi di suo padre.
Non lo pronuncia.
Non lo invoca.
Posa le ginocchia alla terra masticando la sua più profonda passione.
Leva la giacca perché non ha freddo e non conosce vanità.
Si rotola nel fango per togliersi pantaloni ed intimo perché non ha freddo e non conosce vergogna.
La terra il sangue gli umori le lacrime la saliva lo sperma il membro duro e pulsante
s'erge
come una torre che penetra il cielo.
La succube si piega sulla carne
strazia la carne
morde la carne sotto al fango e la saliva,
altrove alle parole,
Lilith non si nega ed esplode di piacere.
Salgono gli strilli d'avvento.
Salgono le trombe rauche sopra i tetti degli uomini.
Il membro la prende fra le cosce da Dea bianche d'umore sature
fra i denti come guardie
della lingua non nega voluttà.
Mentre lei lo prende
e il significare uomo e donna
o demone e angelo
non ha importanza
intorno a loro crolla l'esistere
soccombe il reale.
Sogno si desta,
mentre Orfeo sodomizza la sua condanna sulle soglie dell'Ade.
Gridano gli dei perduti mentre i tetti si sgretolano.
Sotto, fra gli strilli d'avvento
c'adesso uccidono i cani e i loro padroni
e i loro padroni.
Strilli d'avvento.
Trombe rauche sopra i tetti degli uomini.

mercoledì 23 novembre 2016

Lettura da appesso (e XIII dopo)

per C.

Quattro tarocchi tirati dal mucchio.
Tre letti.
L'altro è più importante
coperto.

L'Appeso cosa mia in effetti
tanto oltre il personale inganno,
l'incedere in dubbi voluti:
marchiati a carne.

Oltre per destino tanto per caso
tre lame dal mazzo
senza averle cercato stanno.

Sapere la colpa, la propria,
che ti rappresenta, la cura
quanto sta' sobrietà,
nonostante il viola sotto
alla ghiottoneria.

venerdì 4 novembre 2016

Ubriaco in pieno sole ( o Rossoltrarno)



Perde profondità e tempo Santa Croce
disegna se stessa limitandosi
coi pastelli, poche linee impressioniste
al tramonto, in Aprile.

Replica in turco chi ti vende
birra da panchina e masticare,
di piazza in Piazza
Firenze,
che è una troia ebrea venduta a spanna.

Per ogni passo
pennello in olio
sospiro d'Oltrarno.
Per ogni vergine orientale,
per i froci sacri
mascara che taglia l'Arno
e sabot dorati in saldo
per i figli scalzi di Via del Corno.

Quanto più che mi faccio
cinico e ubriaco.

giovedì 21 gennaio 2016

pre fumo

Compulsa di derisione da a
previo
te, te, tematica obliqua
né inizio di un buon gioco,
apoplettica
apertòssica immagine asserita
dall'ennesima replica, dall'inaudito ripercuotersi, d'un dito fondersi,
sé mai:
ha l'idea!
Ha l'idea! Sé mai!
Se l'eroe non c'era, niente obbligava
il tuo trovar ciò che va!
Ma l'idea che non m'assale?
Vibra la carne ma non sale
che un tremulo compenso d'un fiato
inferto?
Ha se amai! Ha l'idea!
Ah! Sé mai
e poi mai.

giovedì 27 agosto 2015

XVIII – QSp – KSp

“La mia unica realizzazione sarebbe la realizzazione della vacuità.”

Sei completamente seduta sul tuo progetto. Come sempre determinata, l’intento ben radicato mentre apprendi. Una spada forgiata dalla determinazione. Lì lo sguardo, con una precisa determinazione.

Forse l’unica scelta. Forse l’immagine di una volontà implacabile.

Affilata, d’acciaio. Tenuta da una mano paziente, protetta da un elsa forte, intelligente: non hai che da sferrare una stoccata, non hai che da sferrare una stoccata e intanto ti proteggi.

Alle spalle il Re. Del tuo seme. Determinato e spada in resta, elsa d’ottone, pesa, ferma e sicura, retta da una mano divisa fra la conservazione e l’istinto. Stoffe che nascondono l’impugnatura: quasi completamente. Quel blu, denso e scuro è una coda del mantello della Regina.

Le copre la gamba, Le scalda la schiena.

Lei, lì, mette uno scudo, la mano ferma e sana: a protezione delle viscere.

Il Re guarda altrove. Poggia con una pazienza determinante, aspetta la fine d’ogni rituale e gesto, assolve con mano ferma ogni contesto, giovane e risoluto come un insetto.

Alla sinistra della Regina, oltre la spada, c’è il cane avido, primo sulla destra. Protegge il prato e s’impone a prima vittima nel caso alla Regina cada il colpo, s’intende.

Tre Arcani sono parte di una vacuità. Parte di uno scherzo dei contrari.

Considerazioni in base a simboli relazionati nella più arbitraria delle associazioni: l’impressione, mia Regina, non come oracolo: piuttosto per sangue. E simile. Carni. Piuttosto il letto, ammesso, dietro l’augusto siparietto imbastito, come sempre, alla fine delle recite. E che van fatte. Cani. Rettili.

Mi consola lo scudo, determinazione e forza. Non mi sorprende Signora.

Ogni cosa è portata dall’Intento. Decidere quando calar la spada. Una tentazione e che prude.

E’ un buon momento?

Posso farlo anche mentre Lui non guarda?

E.


Una volta che avrò sferrato il colpo, cosa tratterrà la sua mano dal non fare altrettanto?

giovedì 12 febbraio 2015

Lettura con specchio la Giustizia

Tende all'unità delle quattro istanze dell'essere umano: intelletto, sentimento, desiderio, necessità fisiche.
Le dita della mano piegate. quattro che si congiungono al pollice come un'unità delle percezioni terrene.
Se strette, quattro che cercano uno, tengono l'Uno che permetterà di comprendere l'intento: perchè sua la corona che tende al divino.
Anche se perfettamente terrena, rappresenta in sé, nelle scelte imperfette ( di conseguenza non simmetriche) che devono essere compiute per perseguirla, il miglior accesso a quella che sarà la prossima comprensione. Quanto un giusto limite, forse.
Questo, lo specchio, è la giustizia.
Il cambiamento.
L'elevazione.
E' possibile.
La brutta notizia è che il rischio è di finire col girare intorno. Deve essere difficilissimo metabolizzare alcune delle lezioni che vivendo ci vengono inflitte, capire e capirsi è un lavoraccio, smistare i buoni consigli dai pessimi ancora più arduo, scegliersi una credenza qualcosa di epico.
Madri, amiche sicure di quel che covano...
La buona è questa stessa figura, in attività.
Donna, come prima, istintiva e soggettiva del lettore. Per esperienza congruo, resta interpretabile nel genere a seconda della lezione che dev'essere appresa.
E' importante. perchè guarda precisamente il cambiamento in faccia.
Quell'idea covata che non attendeva che il giusto consiglio, forse.
A prescindere dal facile entusiasmo estetico della percezione momentanea, ogni cambiamento è ineluttabile e necessario e non può essere tale senza una rottura.
Senza dolore, membra orfane e teste recise.
Il prossimo passo potrebbe anche essere seplicemente applicare la sentenza.

Personalmente.

Accetta quel consiglio ed applicalo con integrità.
Verso il celeste, o verso il prossimo giro di giostra.

(XX-XIII-II)
sp.VIII

sabato 24 gennaio 2015

La scelta dell'Eremita

La luna, come il sole del resto, ha una faccia. Essa guarda. Ricettiva per eccellenza e femminile.
Può essere un porto cui approdare. Rigoglioso quanto disseminato d'indizi, dal quale vedi oltre.
Può essere terra fertile e sicura, alle spalle.
Due scelte. Una legata all'altra e successive. L'altra subìta probabilmente per le conseguenze dell'aver scelto l'una.
Per andare oltre serviranno sangue ed ingegno: nell'ordine.
Le due fiere si affrontano ed andare oltre è impossibile se non affrontandole entrambe.
La prima è terrena. Un'azione, una presa di posizione compiuta con la  supponenza del buon investimento, se non del pensare che ci possa essere un cielo stellato a vegliarti.
Ammetti che si è trattato di un modo per trattemerti qualcosa, piantarlo a terra. Con il motore acceso, pronto, ma che non ti muove di un millimetro da dove sei perché è tutto il resto che ti fai girare intorno: allora potrai passare.
La seconda bestia sarà subito lì dietro.
Accettarla l'unico modo per vincerla.
Comprenderla.
Per questo sarà stato così importante togliersi di dosso l'arroganza che fino ad ora ti bloccava.
La strada é imboccata, tornare indietro impossibile, il giudizio inappellabile e compimento.
La realizzazione, in bene o in male di una vita a portata di mano.
Forse un'illuminazione, una presa di posizione, una condanna, un fulmine.
Qualcosa che rimette in moto il semplice piacere di vivere dopo la promessa che tutto può succedere.
La possibilità di farlo.
L'alternativa: una placida compiacenza liquida.
In effetti non male, con molti sogni ed alte torri all'orizzonte.
Un gran bel gilet.
Ma l'alternativa!

Mentre Lei guarda.

( XX - XVIII - VII)

venerdì 4 aprile 2014

Requiem delle piazze vuote

a mio padre, del quale non sarò mai degno, che mi ha reso ciò che sono
a mio fratello, alla sua dolcezza di vetro

Esistono strade che non sono buone strade,
su cui ti trovi, che scegli, su cui cadi.
Ho imparato perdendomi, sicuro di niente, rialzandomi.

Esistono scelte che non sono buone scelte,
che intraprendi per passione, per orgoglio, per affermarti.
Ho imparato soffrendo, chinando il capo, umiliandomi.

Non esiste nessuna soluzione slegata dal dolore e dal sangue,
nessun perdono ne assoluzione,
nessuno sconto per i figli dell'uomo
perché il primo peccato, che non un divino fantasma potrà consolare,
è la morte bella
l'impronunciabile silenzio.

Resta il vento sudario sulla piazza deserta.
Orbite vuote finestre che ospitano ore piccole di alcol e di fumo.
Eco di conflitti non risolti.
Un momento rimasto fratto, un lapsus.

Esistono sentimenti che non sono buoni sentimenti,
che ti invadono dentro, che ti squarciano, che ti condannano.
Ho imparato scappando, godendo, lottando per la mia giustizia.

Ho imparato che non esiste impossibile
se sei pronto a pagarne il prezzo,
che non esiste mancanza da cui non puoi affrancarti
se sei disposto a scavare
l'amore che non consoli
fino al suo più straziante grido d'angoscia.

Dentro ad un corpo sbranato di nero cancro,
dentro ad un cuore debole
incerto, graffiato, stanco.

Resta il vento sudario.
Restano le orbite vuote.

L'ipocrisia dei canti, dei salmi corrotti, delle invocazioni al niente, la liturgia della colpa e dell'espiazione, di un'incerta adesione che cerca di affermarsi con la voce di una vecchia che sa solo di essere prossima al buio.

Sacra è la schiena dei gatti.
In essa è l'Eternità Dorata.

Ho imparato chi sono ascoltando respirare mio padre nel sonno.
Ho imparato chi sono grazie al suo dignitoso silenzio,
mi ha concesso il mondo,
negandoselo sé servo.

Ho imparato chi sono grazie all'implacabile dedizione di un uomo a l'altro: lì. è l'uomo.

Nel vento sudario sulla piazza deserta.
Nelle orbite vuote finestre che ospitavano ore piccole d'alcol e fumo.

Ho imparato la liturgia del sangue e della fratellanza.

Equilibrio, dedizione, pace.

Non ringrazio e non prego.

Lotto, sputo, canto, piango, mordo...

(Calamecca, 27 febbraio 2014)

sabato 26 ottobre 2013

Il sentiero

dettaglio dell'affresco di Benozzo Gozzolli - Cappella dei Magi, palazzo Medici Riccardi


Credevo che il sole non avrebbe più ferito gli occhi, che non sarei più stato costretto a farne fessura per misurarmi al suo deflagrante calore.

Ma siamo déi confusi, gettati su di una strada che non ci offre nessuna indicazione utile sul dove sia meglio guardare; dove decine, centinaia di persone sembrano non aver bisogno di guardare quell'astro luciferino per conoscere quale sia la direzione che davvero valga la pena percorrere.

Attenderò la notte, pensai. Le stelle lontane saranno amiche, suggeriranno un futuro che mi aspetta.

Ma siamo déi malati e, mentre l'attesa per la fresca, dolce notte colorava i vagabondi con i toni ocra di un tramonto da venire, il tempo cominciò a far sembrare quest'attendere sempre più inutile, il ciglio fragrante dove stavo sostando, scomodo. Tutte le facce sconosciute che mi passavano davanti più determinate di quanto sarei mai potuto essere. Più sicure. Degne.

Mi sentii fuori posto. Guardavo schiene piegate sotto quei fardelli con invidia, il sudore che colava dalle loro fronti come guarda l'acqua di una fonte un assettato da venti giorni di deserto.

Guardavo decine, centinaia di esistenze sfilarmi d'innanzi, ed io, come un pigro, un senza casa e dignità, un buono a nulla, rimanevo lì ad osservare, come godendone la fatica.

Cosa penseranno di me, pensai cosa penseranno, carichi delle loro cose guadagnate, del loro degno fardello, di quest'uomo che beato, proprio sul crocicchio della via, se ne sta senza nient'altro da fare che. Che spiumare i petali gialli dei piscialletto, pensai.

Così. Preso dalla vergogna incontenibile per l'inutilità che in quel momento rappresentavo nei confronti di quegli instancabili lavoratori. Mi alzai, staccandomi dalla terra accogliente e morbida. Mi diressi verso il centro della strada.

Senza sapere cosa avrei fatto una volta arrivato là mi trovai circondato da ogni tipo di umanità. Uomini con fagotti su entrambe le spalle e donne che sfoggiavano bandoliere intere di pupi urlanti, in equilibrio sulla testa vasi d'acqua o vino, involti di stracci. Intorno, come cani da mercato razzolavano una selva di cuccioli d'uomo, rimessi in riga ogni tanto, con grida imperative a secche, da quello che poteva essere un padre, o ripreso dalla voce alta ed autoritaria di un'ipotetica madre, sovrappeso e baffuta.

Quello che dall'esterno era sembrato un quieto flusso umano, al suo interno si rivelò essere un pandemonio di strilli e polvere. Il sudore, così distante dall'acqueo rilucere vivo visto da da lontano, impregnava ogni movimento e saturava il respirare. La polvere come una foschia perenne, si sollevava dal sentiero, mischiandosi alla fatica di questa carovana chiassosa e casuale, in un'amalgama di fango e fatica.

Quando giunsi nel centro della bolgia ero ormai così sconvolto e stremato che faticavo a trovare il cielo. L'unica cosa che in quell'orgia di chiasso, in quella confusione bestiale, mi permetteva di orientarmi, erano le spalle di chi, come me, non vedeva che le spalle di chi gli stava poco di fronte.

Andare avanti ancora un poco prima che la sera giunga completamente.

Ma siamo déi ciechi, sotto tutta questa polvere nemmeno si vedeva il cielo. Nemmeno si vedevano le stelle, troppo lontane e troppe pure, giocosamente nascoste ai miei occhi rossi nello sforzo di capire quel che avevamo intorno.

E calci, spintoni, alitosi e puzza da bestie che mi sbatteva addosso.

E bestemmie e corpi che mi portavano in un avanti che non avevo scelto e che adesso mi trascinava via.

Ma siamo déi persi, sotto la polvere di questo continuo avanzare, portarsi avanti verso una meta che nemmeno noi siamo davvero in grado di descriverci, così distanti dal cielo, dall'iperboreo. Caricati da troppo peso sulle spalle. Affaticati coliamo il sudore della nostra fronte in un simile fiume di fango nel quale guadiamo, un piede dopo l'altro, uniti da una speranza basata su qualcosa che troppo assomiglia alla ragliata promessa di un sudicio prete. La mano sulla spalla di chi ci è di fronte. Che io non mi perda, che tu non ti perda fratello. Nostra sorella ci rinfranchi ogni tanto e terga con mano partecipe la polvere dagli occhi. Nella speranza di rivedere il sole, che un cielo sgombro ci possa finalmente indicare la strada giusta da percorrere.

Non ricordo più quanti giorni sono ormai che avanzo. Ricordo a malapena l'odore dell'erba. A volte, stremato, raggomitolato per cercare calore, mi soffermo a pensare al momento in cui abbandonai il ciglio sul crocicchio. Sento i muscoli frustarmi le ossa per la fatica. Cerco di convincermi che no, la cosa giusta è andare avanti insieme ai miei simili, ai miei compagni. Un destino comune a percorrere una strada comune. Shangri-La? Berlino? Un mondo più giusto, un modo più dolce di sentire il tempo e sentirsi singoli e moltitudine. Mi soffermo a giocare con la fantasia, immaginando di non essermi alzato, di aver atteso semplicemente che il sole sfumasse ocra e tenebra, che facesse posto alla notte, alle fottute stelle. Mi sorprendo a chiedermi se attraverso quelle antiche luminosità avrei potuto forse trovare un sentiero diverso da questo. Avessi avuto la pazienza di attendere. La forza di non cedere alla solitudine. Il coraggio di affermare la scelta di non muovermi.

Ma siamo déi sognatori e la nostra specie difficilemente ammete l'esistenza di strade diverse da quelle che gli hanno dimostrato.

Perso tra reale ed il sogno mi muovo cercando un contatto di chiunque sia che adesso giace qua di fianco a me. Per riscaldarmi un po' il sangue, sentirmi meno solo che devo dormire. Domani sarà una giornata lunga, faticosa. Incontro ad un mondo nuovo e più giusto. Un'altra giornata ancora.

mercoledì 2 ottobre 2013

Del Mercato Emotivo Globale



"Il capitalismo è sopravvissuto al comunismo.
Bene, adesso si divora da solo."
Charles Bukowski

Che non è solamente l'economia ad essere influenzata dal capitalismo e dal liberismo suo figlio bastardo.
Mondo d'uomo, società d'uomo, pensiero, emozioni d'uomo.

Non ho le conoscenze per entrare nel merito dei massimo sistemi e, in tutta onestà sono anche quelli che meno mi interessano. Mi appassionano molto di più i microcosmi, le interazioni fra uomini piccoli, fra le vite semplici, siano esse splendenti che opache ( con, ammetto, una naturale propensione per quelle opache).

ASSUNTO: ogni rapporto umano, in un modo o nell'altro, basa il proprio equilibrio sullo scambio di servizi delle singolarità in gioco.

ASSUNTO: ogni singolarità che partecipa allo scambio porta con se un particolare patrimonio d'esperienza che, nell'ambito della contrattazione, può diventare essa stessa servizio o contropartita per un servizio erogato.

ASSUNTO: ogni singolarità tenderà sempre alla conservazione di uno Stato di Controllo (SC); ogni sbilanciamento di questo, in positivo o negativo che sia, tende verso la creazione di Stati Emotivi Non Trattabilli (SENT).

ASSUNTO: ogni singolarità ha paura.

Affrancati dal fatto che il commercio in quanto tale non è adesso di nessun interesse specifico per la questione in essere, eviteremo quindi esempi attinenti al mero scambio di merci. Non soltanto per la mia suddetta scarsa competenza nelle questioni economiche, ma soprattutto perchè la valutazione delle merci, per esempio il valore di un pianoforte a coda, può cambiare di paese in paese, in base alla qualità delle parti che lo compongono o alla storia che lo accompagna, ma, in qualche modo, sia esso un comune listino di negozio oppure l'esperta valutazione di un antiquario, dico, tirando in ballo conoscenze tecniche o un computer che sfogli Google, il valore di questo pianoforte a coda può essere facilmente stabilito. Almeno quello estrinseco. Se ne calcola il prezzo e si tratta.

La questione diventa più complessa entrando invece nel merito dello Scambio di Servizi Emotivi, Completo (SSEC) o Parziale (SSEP).

Lo Scambio di Servizi Emotivi Completo si ha nel momento in cui due o più singolarità trattano emozioni basate principalmente sulla propria Esperienza Pregressa (EP), comprensiva quindi di educazione genetica e genitoriale, conoscenze acquisite, passioni.

Lo Scambio di Servizi Emotivi Parziale presuppone invece che nella contrattazione, oltre alla Personale Esperienza Pregressa (PEP), siano fattori determinanti anche valori quantificabili quali merci o semplicemente denaro.

E' doveroso altresì fare una precisazione in merito alla durata che può avere una contrattazione di questo tipo. Anche se, per brevità e facilità di comprensione, in questa sede risulti meglio limitarsi all'ordine delle Trattative Passeggere (TP), vero è che in ambito umano spesso ci troviamo di fronte a Trattative Finchè Morte Non Ci Separi (TFMNCS). L'argomento si complica ulteriormente se si pensa che ogni singolarità tratta in genere da due a tantissime transazioni che procedono parallele e più spesso ancora si intrecciano e influenzano a vicenda. Tutte varianti fra loro per fattori come Peso Parentale (PP), Gamma di Colpe (GC), Compenetrazione Sensuale (CS), Deviazioni Mistiche (DM) ed un vasto insieme di altre variabili che ne pesano la Massa Emotiva (ME).

Doveroso anche aggiungere che con il passare del tempo ogni Scambio Completo tende inevitabilmente a trasformarsi in Parziale, in base all'oscillazione che le Trattative in Essere (TIE) infliggono al personale Stato di Controllo delle singolarità.

Ritengo particolarmente interessante, senza necessariamente imporre un giudizio personale in merito alla Complessità dell'Esistenza Umana (CEU) far notare come, in termini di Esperienza Emotiva Acquisita (EEA), in genere le trattative di tipo Completo siano annoverabili fra le Esperienze Formative Positive (EFP), mentre quelle Parziali rientrino in genere nella categoria delle Esperienze Formative Evitabili (EFE).

Per fare qualche facile esempio potremmo annettere un primo bacio, uno scambio di sguardi, l'interplay con la tua band o uno spettacolo di Bill Hicks nell'ambito dello Scambio Emotivo Completo. Mentre le pratiche per un divorzio, il lavoro salariato, lo scambio di favori con una puttana o chiedere in prestito soldi ad una persona per cui non si ha la minima stima come ambito Parziale.

Facile evincere da questi sciocchi esempi che l'infiltrazione di un sistema liberista, che basa troppo spesso la Forza Contrattuale Emotiva (FCE) delle singolarità su di un Facile Avere Momentaneo (FAM) non fa altro che spostare il Mercato Emotivo Globale (MEG) verso un tipo di contrattazione Parziale.

Riprendendo l'assunto per cui tutte  le singolarità tendono ad uno Stato di Controllo e l'assunto per cui tutti hanno paura, risulta altresì facile comprendere che, allo stato delle cose, anche il Mercato Emotivo, al pari della sua controparte economica, è legato a quanto di materiale può essere messo in gioco e che quindi, anche nel fragile contesto dei sentimenti, risulta spesso più importante la fiducia del tuo banchiere che la dignità della tua persona.

Da fine osservatore dell'inconsistente ci terrei anzichenò a far notare che, come nell'economia reale, lo scambio di servizi e merci è siamese alla finanza e che questa, per sua degenerata natura genera derivati. Conscio della parzialità deviata e criminale del concetto di derivato, non posso che chiedermi che tipo di interesse possa essere generato da un'economia emotiva.

Quale debito viene accumulato scambiando sentimento, dignità e dolore in cambio di una sopravvivenza ed un benessere materiale passeggero?

In che modo potrà essere estinto un debito acquisito nello scambio di passione contro denaro, tipico di una Trattativa Economica Parziale?

Questi ed altri temi affronterò (forse) nel prossimo articolo sul tema (se mai ci sarà): la Decrescita Emotiva Felice.

mercoledì 18 settembre 2013

Lilith


"L'uomo è per natura superiore, la donna inferiore; 
il primo comanda, l'altra ubbidisce, 
nell'uno v'è il coraggio della deliberazione, 
nell'altra quello della subordinazione."

Aristotele, Politica, IV sec. a.e.c.


Dentro ad un cuore aperto non c'è niente. Catrame, piume, l'alba tracciata  da una suola guardiana, ferro ossidato e rosso trasportato come polline dal vento, ignaro, che sfiora le mie labbra ambrate. La prima luce del giorno taglia la nuvola pregna, corposa, di fumo, mentre le scivola dentro slabbrandola con i bordi infuocati dal suo silenzioso confine buio, ritratto infine oltre l'orlo amaro del cemento, incorniciando la grata bassa.

Smalto da tossica sfatta, a forza di grattar via quella patina sabbiosa dalle pareti, erette come le mura di Gerico ed io quasi senza il fiato per respirare in mezzo a questo macello. Le mie vocali un tempo rotondamente morbide, sezionate  dal plesso straziato nella contrazione della carne che ti grida attraverso: liberami! Fermami!

Non è che un bramito sforzato e basso l’ultimo inutile cercare di attirare qualcuno.
La ferrovia crepita e sbatte. C’è sempre un treno che passa.
La pelle viva che cade dallo zigomo è una marea che si ritrae.
Mi ha sbattuto la testa al suolo una volta. Poi un’altra. Mi ha sbattuto la testa al suolo, la testa. Prima di perdere i sensi ho sentito la croccantezza del volto assecondare la pietra d’improvviso bollente che m’entrava in faccia. Poi una stoccata di luce accecante proprio su dal naso, prima di perdere i sensi.  Mi sono risvegliata con il secondo colpo sul pavimento lurido, ma ormai non sentivo più niente, per quanto potesse importare mentre, bloccata a terra, lo sbattere di quei lombi impossibili non faceva che spingere verso di me sapore di sudore, di acqua di colonia e di cherosene.

Il terzo giorno m’infilò il pugno nel culo.

Non fu facile da far entrare, ma poi con un po’ di ketamina andò tutto meglio. Il giorno dopo, quando ripresi conoscenza, avevo il petto fasciato ed una macchia scura ed appicicaticcia all’altezza del seno, complice di un dolore pulsante e sordo. Mi svegliò che la notte era ormai caduta. Per ore, avevo sbattuto contro la porta urlando, chiamando il mio guardiano, implorandolo, cercando di blandirlo, ingiuriandone la stirpe, l’odore, la faccia come una bocca aperta ormai simile a cuoio e cromo, esploso, le nocche delle mani come carboni ardenti avevano lasciato il posto al livore angelico delle ossa, la mia richiesta sempre più flebile, fino a spegnersi…rendimi il capezzolo. Rendimi il capezzolo!

Ma la ferrovia crepita e sbatte. Perché c’è sempre un treno che passa.

I giorni non ci sono più. Catrame dentro ad un cuore aperto. Progressivamente, sempre più violento e distaccato, come un bambino ormai stanco della novità del suo giocattolo nuovo. Piscio e cinghiate. Oggetti in bocca e corde. La ketamina, l’eroina, il valium, il rohypnol e il darkene. Un rasoio, sotto la mammella. I pugni sulle tette, sempre. Ogni giorno pugni sulle tette e calci fra le gambe. Poi si è preso anche l’orecchio, un pezzo. Un trinciapollo nella destra e la mia fronte poggiata su di una coperta a quadri, che puzzava di gatto, tenuta ferma con l’altra mano.

Guarda che unghie, penso. Poi l’odore di fumo si fa più acre. L’unico occhio ancora aperto comincia a lacrimare mentre piano l’ossigeno se ne va, finalmente, dai polmoni brucianti, e tutto di fronte a me sfuma cremisi e s’accende.
Passa un treno. Tu-tum tu-tum delle longarine sotto le ruote d’acciaio. Sfila proprio dietro a queste mura invisibili, fischiando sempre più lontano.

Ed il fuoco non è dolore ma la promessa di una salvezza di cenere.
Sono solo una storia, come tale portata via dal vento, via dall'inferno che un uomo qualunque scelse per me.

Nota. aggiornato a settembre 2013

giovedì 5 settembre 2013

Verme (primo sacrificio)

Le Labyrinthe (1938) -  André Masson 1896-1987 - olio su tela 120 x 61 cm

 "tutta questa Natura divinizzata si pittura proprio come una puttana, le seduzioni della quale altro non coprono che l'intima corruzione; e se andiamo ancora più in là, e riflettiamo che il misterioso cosmetico che produce tutti i colori, il gran principio della luce, rimane in se stesso bianco o incolore, e se agisse sulla materia senza una mediazione darebbe a tutte le cose, anche ai tulipani e alle rose, il tocco vuoto della sua tinta; se pensiamo a tutto ciò, l'universo paralizzato ci si stende innanzi come un lebbroso"
Herman Melville - Moby Dick

Così vengo e imploro.

Mi perderò oltre gli scogli della più bianca follia
mettendo oltre, le mani tese coi palmi in su,
non solo una fiducia che ostenta suicidio
ma l'arroganza di scegliere una morte sorella, disarmandomi
con il tuo nome, rotolando
nel gustoso corpo di fango che i tuoi tanti amanti
spezzati, distrutti, abbattuti,
con le loro lacrime hanno impastato dalla terra
tanto che in flutti frustano salati
le interiora di un male amore
su cui sovrana regni.

Eretta tra la spuma bianco sborra
regina vergina puttana infante,
del mio corpo con una fragilità siderale
calzerò passi e scalderò membra
il sangue e con la carne, colpa corrotta
spingerò ben dentro le costole albine questa lama
affinché la tua sete non sia placata mai.

Che non è l'affetto ne pace o convivio che bramo
non puro non giusto non bello
solo dolore e quotidiana lordura merito, amo
che l'acciaio dritto incida i muscoli
che il sangue nero dalla bocca a fiotti inquini questo mondo inutile
con la pestilenza che covo dentro,
punito, insultato e deriso
malato, respinto e picchiato
più questo sporco male c'ho dentro non posso trattenere
questo soffrire opaco che tanto la gente
normale! - chiede.

Pulite sembianze, voi cellophane
igienizzati bastardi ipocriti e assassini
siete voi il mio più grande orrore.

Amore nero, grande boia cuore silicio,
non esitare ancora.

Dolce fata follia, legami come l'agnello che questi lamentosi insulsi
si tolgono dai denti.

Morte mia sposa decaduta, non essere pietosa
colpisci la mia carne trista, rampona decisa!

Mai mi sarà più dolce andare
finalmente liberato dal fingere,
oltre questo goffo mucchio di nervi
trasformato in niente.

Tornato figlio e sacrificio
tuo, stelle sarò per sempre.

sabato 13 luglio 2013

dei lunghi addii, dell'attesa, delle partenze

Oskar Kokoschka, La sposa del vento, (La Tempesta), 1914, Olio su tela, Basilea, Kunstmuseum


per Bise


Giorni ormai, che la mia zingara
dolce, imprevisto, gioco di strada e letto,
ha ripreso il suo sentiero
nel viaggio imperfetto
che natura le impose.
Aria e sole, amiche compagne,
consolazione che gli occhi riarsi
da questa solitaria moltitudine
non mi fanno godere, ma solo
accecano e scompigliano pagine
di un libro (delle risposte-a-tutto) che ho dovuto strappare.
Gemendo, su di una panchina cresciuta nel cemento
ho dissetato il traffico ignorante
con acqua che non placa niente,
versando lacrime animali
prima del diventare bestia io stesso
frustando i miei musici stupiti.
Adesso ancora
la ragione che riprende il suo solito ruolo di signora,
ancora, in ogni gusto cui partecipo
stupisco cercandoti.
Viaggiatore, apolide io stesso,
comprendo troppo bene le ragioni
tenacemente amo
il ventre inquieto che ti ha tolto a me
fieramente rispetto
la pesantissima incertezza che non ti concede casa.
Ed infantile vecchio aspetto.
Non sulla riva di un fiume come un cinese saggio,
ma sulla mia barca di sughero
che ha un remo solo.
Ed è solo tempo, solo soldi, solo sesso,
solo mille cose leggere come polvere di vetro.
La verità toccata
quell'umida sensazione di dio
è intatta,
unica casa e per sempre approdo
della mia dolce, sposa zingara.